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DAL SANTO SEPOLCRO AL PARADISO

Un viaggio emozionante tra le pagine della Geruselemme liberata di Torquato Tasso e della Divina commedia di Dante Alighieri

INTERPRETI - SINOPSI - LIBRETTO - RAPPRESENTAZIONI

Basso Giampaolo Vessella - Goffredo di Buglione - Dante Alighieri

Tenore Fabio Buonocore - Argante - Rinaldo - Virgilio - San Tommaso

Soprano Sonia Caputo - Armida -  Beatrice

Soprano Pinar Donmez - Francesca da Rimini - Coscienza

Attore Enrico Tosi

Orchestra sinfonica "L'estro Poetico" di Caronno Pertusella

Violini I Davide Santi, Maria Elisa Grosso, Francesco Caputo.

Violini II Viviana Lattisi, Lorena.

Viola Andrea Trabattoni.

Violoncello Gallini Ermanno.

Contrabbasso Stefano Grassi.

Flauto traverso Stefano Cattaneo.

Oboe Stefano Rossi.

Clarinetto Valentina Bertuolo.

Euphonium Antonino Lipari.

Saxofono Marco Palumbo.

Corno Giovanni Todaro.

trombone a tiro Giuseppe Alberti.

Arpa Beatrice Arnaboldi.

Timpani Luca Alberti.

Ensamble corale - Coro Aurora di Caronno Pertusella

direttore Paolo Arnaboldi

regia di Antonella Busnelli

costumi e scenografia di Angelo Caldera e Antonella Busnelli

LOCANDINA OPERA

sinopsi

ATTO PRIMO

Corte di Goffredo di Buglione, duce supremo delle armate cristiane,  nei pressi di Gerusalemme, Argante, valoroso guerriero arabo, chiede al duce cristiano di rinunciare all’assedio della città (Giunta è tua gloria). Goffredo rifiuta l’offerta e attacca. Alcuni dei suoi comandanti muoiono in battaglia e Rinaldo, con l’inganno, tenta di prenderne il posto. Goffredo è indignato e lo caccia con infamia (Dai piu sublimi).

Rinaldo allontanandosi, cade nelle grinfie della maga Armida, nemica giurata dei cavalieri cristiani,  che invece si invaghisce di lui (oh giovanetti).

Nel frattempo i suoi compagni vengono trafitti sul campo e con loro i guerrieri nemici.

Si alza allora, per tutti quei martiri, una dolce preghiera (Ave Maria).

Gli assalti  proseguono, ora un tremendo incantesimo incombe sul campo crociato.

Rinaldo viene richiamato, viene perdonato, viene inviato per liberare il campo dall’incantesimo (oh quante belle). Il redento cavaliere cristiano riesce nell’impresa e apre la via alla vittoria di Goffredo.

Il duce cristiano vince.

Il Santo Sepolcro è libero.

Buio

La città, teatro dell’orrenda carneficina, è scomparsa nelle tenebre e le rosse luci aprono la vista al regno degli Inferi.

Dante è di fronte a Francesca da Rimini attorniata da anime dannate ed ascolta la sua tremenda storia. (Siede la terra). Dante, attonito, la lascia ed incontra Ciacco che giace nel fango, insieme ai golosi. Virgilio  spiega il motivo del loro stato (Più non si desta).

Nel suo viaggio infernale incontra poi il fiume di sangue pieno di tremendi assassini. Dante e la sua coscienza inveiscono di fronte a tanto male (oh cieca cupidigia).

Ecco il suo antico maestro Brunetto Latini, intruppato in una schiera di sodomiti (d’anime nude). Dante è sempre più triste, immagini tremende sono scolpite nella sua mente. Ora viene investito dallo sbatter d’ali di lucifero e i maledetti vessilli infernali gli si ergono di fronte (vexilla regis).

Il viaggio volge al termine, con Virgilio risalgono verso le stelle, le stelle.(Intrammo a ritornar)

 

ATTO SECONDO

Una bianca luce avvolge la scena.

Ora Dante è con Beatrice. L’inviata dalla Vergine gli apre la mente al mistero del Paradiso (Le cose tutte quante).

Dante ha fame di conoscenza e Beatrice, con un coro di beati, sazia questa meravigliosa virtù (Lo maggior don)

Incontra San Tommaso che irrompe in un passionale elogio a San Francesco e alla povertà della chiesa (O ignota ricchezza).

Ma la sete di sapere di Dante non si placa, il mistero della resurrezione del corpo assilla i suoi pensieri. Delle anime beate, interrogate da Beatrice gli sciolgono questo dubbio (Quanto fia lunga la festa). Dante continua ad ascendere tra i vari cieli del Paradiso. Beatrice, nel frattempo, intona una fervente preghiera (oh sodalizio).

Dante è quasi giunto all’Empireo, il cielo di pura luce, quando con Beatrice rivolge lo sguardo sotto di lui, e, vedendo la magnificenza del creato, ha un moto di sdegno contro la cupidigia degli uomini, che per essa non godranno di tale bellezza ( oh cupidigia).

Dante è ormai arrivato alla fine del suo viaggio.

Si trova nell’Empireo, il cielo di pura luce. Oltre non si sale.

Ed è qui che ha l’apogeo della sua incredibile esperienza. Vede un punto luminoso, insostenibile alla vista, ed, intorno ad esso, nove cerchi angelici che turbinano a velocità diverse: Dio….. l’infinito.

Dante lo vede, unico uomo vivo. E’ immobile, in estasi, sopraffatto da tanta emozione.

Rivolge lo sguardo verso Beatrice e la ringrazia, per averlo guidato in questo meraviglioso viaggio.

 (oh donna).

 

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LIBRETTO DELL'OPERA

di Andrea Arnaboldi

 Revisione critica e parafrasi di Luca Seveso

Gerusalemme, anno domini 1099.

La città è in mano ai saraceni.

Aladino, re della città santa, attende con timore l’arrivo dell’esercito cristiano da oltre mare.

Quello cristiano è un esercito potente, agguerrito, immenso.

Aladino ha fortificato la città, ha consolidato le difese, ha rafforzato le sue armate, ma questo non basta per reggere l’impeto crociato.

Egli chiama allora a raccolta i migliori cavalieri del regno.

Ora il suo esercito è potente e temibile ma non basta.

Aladino non è certo della vittoria.

Invia dunque Argante, il suo più prode e fidato campione, da Goffredo di Buglione, supremo comandante delle armate cristiane, per mediare e tentare di evitare lo scontro.

GIUNTA è TUA GLORIA

(Argante)

Giunta è tua gloria al sommo, e per l’inanzi                      

fuggir le dubbie guerre a te conviene:

ch’ove tu vinca, sol di stato avanzi,

né tua gloria maggior quinci diviene;

ma l’imperio acquistato e preso inanzi

e l’onor perdi, se ‘l contrario avviene.

Ben gioco è di fortuna audace e stolto

Por contra il poco e incerto ‘l certo e ‘l molto.

Ma s’animosità gli occhi non benda,

né il lume oscura in te de la ragione,

scorgerai, ch’ove tu la guerra prenda,

hai di temer, non di sperar cagione,

ché fortuna qua giù varia a vicenda

mandandoci venture or triste or buone;

ed a i voli troppo alti e repentini

sogliono i precipizi esser vicini.

 La tua gloria è arrivata al suo punto più alto

e, in futuro, ti conviene stare lontano

dalle guerre dall’esito incerto, a conseguenza delle quali, anche nel caso in cui tu vinca, aumenterai

solo l’estensione dei territori conquistati, non la tua gloria; e, invece, se dovesse accadere il contrario,

perderesti sia il potere sia soprattutto la fama.

La Fortuna fa con gli uomini un gioco audace e pericoloso . Infatti propone loro di scambiare 

ciò che è sicuro e abbondante con ciò che è incerto e scarso.

 Ma, se la passione non ti oscura la vista

né annebbia in te le capacità razionali,

ti renderai conto del fatto che,

nel caso tu intraprenda la guerra,

ne avrai motivo di timore e non di speranza

poiché, qui sulla terra, la Fortuna cambia

proponendoci situazioni ora positive e ora negative

cosicché se si vola troppo in alto

e si è saliti in maniera troppo rapida.

il rischio di cadere è molto alto.

(Canto II, ottave 68 e 70)

Argante fallisce.

Goffredo rifiuta l’offerta di Aladino e scaglia il suo esercito contro le possenti mura di Gerusalemme.

I primi combattimenti contro i difensori della città, mietono vittime illustri.

Nelle file crociate alcuni comandanti vengono trafitti.

Nel campo cristiano, alle porte della città assediata, Rinaldo e Gernando duellano disumanamente per la loro successione.

Goffredo  è indignato: la tragica disfida non doveva svolgersi.

Rinaldo, il vincitore,  ha tradito i valori cavallereschi e, sulla sua spada, gronda il sangue di un suo compagno d’armi.

Tancredi, valoroso guerriero e consigliere fidato di Goffredo,  cerca di difenderne l’operato.

Goffredo è irremovibile. Rinaldo è indegno di vestire i colori crociati e deve scegliere se subire  l’onta del cappio o  essere cacciato  come un traditore. Cosi deve essere!!!

L’esempio viene dall’alto e la punizione deve essere esemplare.

 DAI PIU’ SUBLIMI

(Goffredo di Buglione)

Dai più sublimi

ad ubbidir imparino i più bassi.

Mal, Tancredi, consigli e male stimi,

se vuoi che i grandi in sua licenza io lassi.

Qual fòra imperio il mio, s’a vili ed imi,

sol duce de la plebe, io comandassi?

Scettro impotente, e vergognoso impero:

se con tal legge è dato, io più nol chero.

Ma libero fu dato e venerando;

né vuo’ ch’alcun d’autorità lo scemi.

E so ben io come si deggia e quando

ora diverse impor le pene e i premi,

ora, tenor d’egualità serbando,

non separar dagl’infimi i supremi.

Così dicea; né rispondea colui…

I più umili devono imparare

ad obbedire dai più alti in grado.

O Tancredi, ti sbagli se pretendi

che io lasci i nobili d’animo,

nelle mani dei più meschini.

Che comandante sarei,

se sapessi imporre la mia autorità

solo ai soldati dei ranghi inferiori?

Se lo avessi a queste condizioni,

il mio sarebbe un potere vuoto

e che non mi nobilita.

 

La mia autorità deve essere libera e rispettata

e non voglio che nessuno la indebolisca.

So bene, da solo, quando e come

dare punizioni e gratificazioni,

comportandomi, a seconda delle necessità,

in maniera tale da trattare tutti allo stesso modo.

(Canto V, ottave 37 e 38)

 Rinaldo è stato cacciato con infamia.

Ma la punizione, che doveva essere tremenda, si è trasformata in un’oasi di piacere. Egli è finito infatti tra le braccia di Armida,  che lo adora.

La terribile maga, al servizio di Aladino, lo tratta come un re. Danza per lui, gli offre cibi succulenti, gli dona un giaciglio lussuoso.

E’ una vita lussuriosa e beata per un condannato, che ne gode gli agi. Il canto voluttuoso di Armida inoltre lo avvolge e gli culla i sensi.

OH GIOVANETTI

(Maga Armida)

 

“O giovenetti, mentre aprile e maggio

v’ammantan di fiorite e verdi spoglie,

di gloria e di virtù fallace raggio

la tenerella mente ah non v’invoglie!

Solo chi segue ciò che piace è saggio,

e in sua stagion de gli anni il frutto coglie.

Questo grida natura. Or dunque voi

indurarete l’alma a i detti suoi?

Folli perché gettate il caro dono,

che breve è sì, di vostra età novella?

Nome, e senza soggetto idoli sono

ciò che pregio e valore il mondo appella.

La fama che invaghisce a un dolce suono

voi superbi mortali, e par sì bella,

è un’eco, un sogno, anzi del sogno un’ombra, ch’ad ogni vento si dilegua e sgombra.

Goda il corpo sicuro, e in lieti oggetti

l’alma tranquilla appaghi i sensi frali;

oblii le noie andate, e non affretti

le sue miserie in aspettando i mali.

Nulla curi se ‘l ciel tuoni o saetti,

minacci egli a sua voglia e infiammi strali.

Questo è saver, questa è felice vita:

sì l’insegna natura e sì l’addita.”

 E voi giovani, mentre la primavera

della vita, vi veste di abiti fioriti e verdi,

che sono, in realtà, un’immagine passeggera

della gloria e della virtù; non lasciate

che la vostra mente sprovveduta s’inganni!

Solo chi basa la sua vita sulla ricerca del piacere è saggio,e, al momento giusto, raccoglie il frutto della sua esistenza. Questo è ciò che grida la natura. Dunque voi volete rendere la vostra anima insensibile alle sue parole?

 Siete pazzi! Perché sprecate

il dono della giovinezza, che è così breve?

Il pregio e il valore, onorati dagli uomini

pressoché come dèi, non sono altro che immagini false, alle quali non corrisponde alcuna realtà.

La notorietà, che fa innamorare di sé

le persone superbe, e sembra così affascinante

è soltanto un ‘eco, un sogno, anzi l’ombra di un sogno, che svanisce  e si dilegua al primo soffio di vento.

 Il corpo stia al sicuro, senza preoccupazioni

e tra le comodità, l’anima  appaghi i sensi con l’amore; dimentichi le contrarietà del passato e non anticipi i propri dolori, pensando alle sventure che verranno. Non si preoccupi dei tuoni e delle saette infiammate del cielo.

Questa è la vera conoscenza, questa la vita veramente felice: è la natura stessa che ce la insegna e che ce la indica

(Canto XIV, ottave da 62 a 64)

 

Mentre Rinaldo consuma i suoi giorni nell’ozio e nei piaceri dei sensi i suoi compagni combattono valorosamente contro un nemico forte e determinato.

Davanti alle possenti mura di Gerusalemme, si è svolta una grande battaglia.

Entrambi gli eserciti hanno avuto perdite disastrose. I corpi martoriati  dei cavalieri e dei fanti giacciono senza vita sul campo di battaglia. Le loro carcasse formano un mosaico apocalittico. Il giorno volge al termine, la quiete della sera e le tenebre della notte avvolgono come un manto pietoso quell’orribile scempio. Si alza allora una preghiera, che abbraccia, sia  i cavalieri con le mani aperte sul campo, che quelli con le mani serrate sull’elsa.

AVE MARIA

(Musa e coro di Crociati)

Ave Maria, gratia plena,
Dominus tecum, benedìcta tu in mulieribus,et benedìctus fructus ventris tui, Iesus.

Sancta Maria, mater Dei, ora pro nobis peccatoribus,
nunc et in hora mortis nostrae. Amen.

Ave Maria, piena di grazia, il Signore è con te, Tu sei benedetta fra tutte le donne

e benedetto il frutto del tuo seno, Gesù.

Santa Maria, madre di Dio,

prega per noi peccatori,

adesso e nell’ora della nostra morte.

Amen

E’ l’apoteosi della ferocia. Una contesa che non ha limiti. Un tremendo incantesimo incombe ora sul campo crociato.

Ismeno, il mago di Aladino re di Gerusalemme, ha compiuto un sortilegio che impedisce ai crociati di ricevere rifornimenti e approvvigionamenti.

La foresta intorno alle tende è una trappola mortale. Nessuno che vi entri riesce ad uscirne. Solo un cavaliere può vincere questa sfida e rompere gli incantesimi: Rinaldo; colui che è fuggito, colui che vive negli agi, colui la cui anima sembra votata alla passione più sfrenata.

Rinaldo riesce però a vincere i suoi sensi, chiede perdono a Goffredo, che glielo concede, e parte per la terribile impresa.

Entra nel bosco in una tersa mattina, e la dolce aurora fa presagire grandi speranze. Tutto ha inizio.

OH QUANTE BELLE

(Rinaldo)

 “Oh quante belle

luci il tempio celeste in sé raguna!

Ha il suo gran carro il dì, l’aurate stelle

spiega la notte e l’argentata luna;

ma non è chi vagheggi questa o quelle.

e miriam noi torbida luce bruna

ch’un girar d’occhi, un balenar di riso,

scopre in breve confin di fragil viso.”

 Così pensando, a le più eccelse cime

ascese, e quivi, inchino e riverente,

alzò il pensier sovra ogni ciel sublime

e le luci fissò nell’Oriente:

“La prima vita e le mie colpe prime

mira con occhio di pietà clemente,

Padre e Signor, e in me tua grazia piovi,

sì che ‘l mio vecchio Adam purghi e rinovi”.

“Quante meravigliose stelle ci sono in cielo!

Il sole di giorno e, di notte,

le stelle d’oro e la luna d’argento;

ma nessuno contempla solo queste o solo quella,

noi uomini preferiamo ammirare

il volto di una donna,

che, nei suoi occhi e nel suo sorriso,

ci manifesta una gioia però effimera

 Mentre pensava a queste cose, raggiunse la cima del monte Oliveto e qui, inchinatosi rispettoso, alzò gli occhi fino all’Empireo e, guardando ad oriente disse: “O Dio, Padre e Signore degli uomini,

guarda clemente alla mia vita prima della conversione e alle sue colpe e fa piovere su di me la tua grazia, così da rinnovare e purificare l’uomo peccatore che ero”.

(Canto XVIII, ottave 13 e 14)

 Rinaldo non fallisce. Libera il bosco. Arrivano i rifornimenti, nuove armi alimentano l’esercito di Goffredo. Il duce Cristiano attacca. E, dopo una battaglia cruenta, la città è vinta. Vittoria, vittoria urlano i cavalieri cristiani con una sola voce.

Il Santo Sepolcro è libero.

Ma…

 

 

Quanti morti, quanto sangue. Scemata l’euforia della vittoria, un buio opprimente scende sulla città. Vapori di morte ne avvolgono i contorni, l’aria è irrespirabile. Un tragico destino incombe sulla città celeste. Anime disperate brancolano nell’oscurità. Ombre spettrali invadono i suoi vicoli. Per queste figure eteree il  corpo è solo un tragico ricordo ed  il fetore opprimente delle loro carcasse non lambisce i loro sensi.

Lentamente, ormai privi del fardello terreno, si avviano verso il loro eterno destino. Cavalieri, fanti, mendicanti, uomini di potere, servi e condottieri, tutti accomunati nell’ora della morte in un’attesa angosciante. La loro via sarà  segnata dal dolore o dalla redenzione. Chi ascenderà in Paradiso, chi attenderà con pazienza e speranza nel secondo regno, chi invece troverà la sua definitiva dimora nel grande cono infernale: nel regno di Lucifero

Ed è li che Dante inizia il suo viaggio.

 Nel regno del male, dove custodi sono i demoni e dove Satana stende la sua ombra. Per entrarvi oltrepassa la porta con la tremenda scritta. La supera.

Nel suo cammino incontra anime dannate  e, tra loro, immersa in  un turbine potente ed inarrestabile di corpi flagellati dalla  terribile giostra della tempesta, scorge Francesca.

La chiama a sé e le chiede la sua storia. Lei, per un attimo si ferma e gliela racconta.

SIEDE LA TERRA DOVE NATA FUI

(Francesca da Rimini e coro di dannati)

“Siede la terra dove nata fui

su la marina dove ‘l Po discende

per aver pace co’ seguaci sui.

Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende,

prese costui de la bella persona

che mi fu tolta; e ‘l modo ancor m’offende.

Amor, ch’a nullo amato amar perdona,

mi prese del costui piacer sì forte,

che, come vedi, ancor non m’abbandona.

Amor condusse noi ad una morte”.  

 (Inferno, Canto V, versi da 97 a 106)

“La terra dove sono nata, si trova

sul litorale dove il Po discende

e si unisce ai suoi affluenti.

L’Amore che rapidamente si impossessa

di un cuore nobile, fece innamorare

Paolo di me, che fui uccisa e il modo ancora mi fa soffrire. L’Amore, che a nessun amato perdona di non ricambiare l’amore, si impadronì di me a causa della bellezza di Paolo, quell’amore, che, come vedi, non si è ancora spento. L’Amore ci portò a morire insieme”.

Dante prova un’infinita pena per lei. Il suo volto è rigato di lacrime.

Il poeta si allontana con le orecchie tormentate dal sibilo dell’infelice bufera e con il pensiero rivolto al tragico destino di Francesca. Proseguendo nel suo viaggio, tra i golosi,incontra Ciacco.

Il peccatore giace nel fango puzzolente, sotto la continua minaccia di essere smembrato e risputato nella melma da Cerbero, l’immondo demone dalle tre teste canine e dalla barba unta e atra. Il conterraneo di Dante, stando con il busto eretto, in segno di superbia e di fierezza, racconta al poeta le sventure che avrebbero martoriato Firenze, poi però è costretto a ricadere nel fango.

E da lì non si rialzerà più fino al giudizio finale, fino al suon dell’angelica tromba.

 PIU NON SI DESTA

(Virgilio e coro di dannati)

 “Più non si desta

di qua dal suon de l’angelica tromba,

quando verrà la nimica potesta:

ciascun rivederà la trista tomba

ripiglierà sua carne e sua figura

udirà quel’ ch’in etterno rimbomba.”

 “Ciacco non si sveglierà più,

fino al Giudizio Universale

quando verrà il Giudice

nemico dei peccatori:

ciascun dannato rivedrà

la sua misera tomba, riavrà

il suo corpo e le sembianze,

ascolterà la sentenza eterna di dannazione.”


 

(Inferno, Canto VI, versi da 94 a 99)

 Dante, sempre più frastornato, lascia Ciacco e incontra i prodighi e gli avari

tormentati da Pluto, il maledetto lupo custode del quarto cerchio.

Attraversa la palude Stigia, brulicante di anime rabbiose,  sulla barca guidata dal demone Flegias, impaziente e fulmineo.. Si trova di fronte le rosse mura infuocate di Dite, la maledetta città eterna. Nugoli di demoni e di arpie la custodiscono e tentano di impedirne l’entrata. Dante deve proseguire ma non ci riesce. Interviene allora un messo celeste, inviato dal regno della luce, l’angelo apre le possenti  porte con una semplice verghetta e fa fuggire tutti quei luridi servi del male.

Dante entra ma si trova nel deserto. Solo le tombe fumanti degli eretici arsi dal fuoco eterno illuminano il suo cammino. Egli scorge allora lo stolto e irascibile Minotauro che, pur essendo, incatenato tenta di andargli contro.

Il poeta giunge  alla ripa insanguinata. Li si trovano i peggiori assassini immersi nel sangue che loro stessi hanno tragicamente versato.

OH CIECA CUPIDIGIA

(Musa e coro di dannati)

Oh cieca cupidigia e ira folle

che sì ci sproni nella vita corta

e ne l’etterna poi si mal c’immolle!

Oh cieca sete di ricchezze e ira insensata,

che, nella vita terrena, tanto ci spronate,

e poi, nell’eternità ci costringete

a stare sprofondati nel sangue!

(Inferno, Canto XII, versi da 49 a 51)

 Dante attraversa il fiume in groppa ai centauri, mezzi uomini e mezzi cavalli, custodi feroci di quella riviera purpurea e mefitica e si inoltra nella foresta dei lamenti. Lì i suicidi vedono il loro corpo, che hanno rinnegato e rifiutato, appeso ai rami  di delle  piante. Essi sono inoltre continuamente morsi da arpie e cagne rognose. Il poeta li supera e, in una landa deserta, viene investito da una tempesta.

Una tempesta di fuoco, che percuote con violenza quella terra maledetta.

D’ANIME NUDE

(Dante)

D’anime nude vidi molte gregge

che piangean tutte, assai miseramente,

e parea posta lor diversa legge.

Supin giacea in terra molta gente

alcuna si sedea tutta raccolta,

e altra andava continüamente.

Quella che giva ‘ntorno era più molta,

e quella men che giacëa al tormento,

ma più al duolo avea la lingua sciolta.

Sovra tutto ‘l sabbion, d’un cader lento,

piovean di foco dilatate falde,

come di neve in alpe sanza vento.

Quali Alessandro in quelle parti calde

d’Indïa vide sopra ‘l süo stuolo

fiamme cadere infino a terra salde,

per ch’ei provide a scalpitar lo suolo

con le sue schiere, acciò che lo vapore

mei si stingueva mentre ch’era solo:

tale scendeva l’etternale ardore;

onde la rena s’accendea, com’esca

sotto focile, a doppiar lo dolore.

Sanza riposo mai era la tresca

de le misere mani, or quindi or quinci

escotendo da sé l’arsura fresca.

D’anime nude vidi molte gregge.

 (Inferno, Canto XIV, versi da 19 a 42)

Vidi una gran quantità di anime, nude,

e che piangevano tutte disperatamente

ma, che si trovavano in condizioni diverse.

Alcuni erano per terra supini, altri erano

rannicchiati, e, altri ancora, camminavano senza mai fermarsi. La maggior parte di loro camminava, un numero minore era invece sdraiata a subire la pioggia di fuoco, e, questi ultimi bestemmiavano ancora come da vivi.

La pioggia di fuoco cadeva lenta sulla sabbia, come la neve in montagna quando non c’è vento.

Come capitò ad Alessandro Magno in India,che vide cadere pioggia di fuoco sopra le sue truppe, e ordinò loro di calpestarla, in modo che le fiamme,ancora circoscritte, fossero più facili da domare:

così scendeva sopra di noi, la pioggia eterna; per questo motivo la sabbia prendeva fuoco come l’esca dell’acciarino e raddoppiava le nostre sofferenze. Le mani dei dannati

si muovevano continuamente, di qua e di là, per liberarsi dalle faville.

Vidi una gran quantità di anime nude.

 

Dante incontra il suo antico maestro Brunetto Latini, intruppato in un’interminabile colonna di sodomiti. Il poeta è spossato dalla tristezza provata. Quanti amici, quanti conoscenti in quella triste valle, egli prosegue però il suo viaggio allucinante.

Incontra i simoniaci, religiosi di ogni sorta e rango, che hanno venduto l’anima al demonio per quattro miserabili soldi e che stanno svendendo la Santa madre chiesa. Tra loro il papa che tradì i templari, maghi, indovini, barattieri, ipocriti, traditori. Il conte Ugolino con i denti conficcati nel cranio dell’Arcivescovo Ruggieri.

Il mostro Gerione con le sue pungenti ali, i giganti incatenati in enormi pozzi.

Una ridda di creature orripilanti.

Un coacervo di uomini miserabili, tormentati da pene strazianti. Dante è frastornato da tanto dolore e da tanto orrore. Improvvisamente, sente un alito di vento dove tutto è immobile, dove tutto è buio, dove il sole non sorge e dove la notte non tramonta: il vento

VEXILLA REGIS

(Virgilio e coro di demoni)

Vexilla regis prodeunt inferni

(Inferno, Canto XXXIV, verso 1)

Avanzano, verso di noi, le insegne del re dell’inferno

No! Non è il vento quello che gli accarezza il volto. E’ lo sbatter d’ali del custode di quel regno: Lucifero. Dante lo vede però  incatenato, inerme.

La creatura, che ha rinnegato il Creatore e ha condotto alla perdizione tanta umanità, umanità che ora affolla il regno dei morti, è definitivamente sconfitta  e gli si presenta inoffensiva e  impotente. Dante osserva Lucifero: ne è disgustato.

Ora deve andare, deve lasciare quel luogo brutale, deve affrettarsi.

Eccolo finalmente fuori. Ecco finalmente le stelle

INTRAMMO A RITORNAR

(Dante, Virgilio, musa e coro di dannati)

Intrammo a ritornar nel chiaro mondo

e sanza cura aver d’alcun riposo,

salimmo su, el primo e io secondo,

tanto ch’i’ vidi de le cose belle

che porta ‘l ciel, per un pertugio tondo.

E quindi uscimmo a riveder le stelle.

(Inferno, Canto XXXIV, versi134-139)

Entrammo in quella caverna per ritornare

nel mondo della luce, e senza preoccuparci

di riposare, salimmo verso l’alto, prima Virgilio e poi io, abbastanza da vedere, attraverso un foro, alcune creature celesti.

E, passando di qui, uscimmo a rivedere le stelle

 

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Dante lascia l’Inferno e s’avvia verso il Purgatorio. Anche qui incontra dolore e sofferenza ma l’aria è pervasa di speranza. Le pene saranno scontate, ma poi ci saranno la pace e la felicità eterna. Qui esiste la speranza! Il poeta si sente più sereno e rinfrancato, sale il monte del Purgatorio, lo percorre tutto.

E finalmente arriva all’agognata meta: il regno dei cieli. Ora è Beatrice che lo guiderà alla Gerusalemme celeste, con estrema delicatezza e, subito, gli apre la mente al mistero dell’ultimo dei tre regni.

LE COSE TUTTE QUANTE

(Beatrice )

“Le cose tutte quante

hanno ordine tra loro, e questo è forma

che l’universo a Dio fa somigliante.

Qui veggion l’alte creature l’orma

de l’etterno valore, il qual è fine

al quale è fatta la toccata norma.

Ne l’ordine ch’io dico sono accline

tutte nature, per diverse sorti,

più al principio loro e men vicine;

onde si muovono a diversi porti.

Questi ne porta il foco inver’ la luna

questi ne’ cor mortali è permotore;

questi la terra in sé stringe e aduna;

né pur le creature che son fore

d’intelligenza quest’arco saetta,

ma quelle c’hanno intelletto e amore.

La provedenza, che cotanto assetta,

del suo lume fa ‘l ciel sempre quïeto

nel qual si volge quel c’ha maggior fretta;

e ora lì, come a sito decreto,

cen porta la virtù di quella corda

che ciò che scocca drizza in segno lieto”.

 (Paradiso, Canto I, versi103-126)

Tutte le creature sono ordinate tra loro,

in maniera tale che, il loro ordine

rispecchi quello di Dio. Ed è proprio in

questo ordine, che le creature superiori

intravvedono l’immagine del Creatore,

il quale, a sua volta, è il Fine per cui

è stato creato l’universo intero.

Tutte le cose create, tendono a questo Fine,

ognuna a partire dalla propria condizione,

più o meno vicina che essa sia, a Dio; per cui si muovono, nella creazione stessa, verso mete diverse, seguendo ciascuna l’istinto che la guida. Tale istinto, fa sì che il fuoco tenda verso il cielo della luna,

lo stimolo vitale alimenti gli esseri mortali,

 tiene compatta e unita la terra. Esso non dirige solo le creature irrazionali, ma anche quelle dotate di ragione e volontà.  La Provvidenza divina, che presiede e preordina tutto ciò, appaga sempre con la sua luce l’Empireo, dentro al quale gira il cielo più veloce; e ora è lì che ci stiamo dirigendo, come stabilito dalla provvidenza stessa. 

Dante è affascinato dal Paradiso. E’ affamato di conoscenza. Vuole continuamente sapere. Incalza Beatrice con le sue domande. Una in particolare gli sta a cuore: il grande mistero del libero arbitrio, la possibilità che ha l’uomo di scegliere il suo destino.

LO MAGGIOR DON

(Beatrice e coro di beati)

“Lo maggior don che Dio per sua larghezza

fesse creando, e a la sua bontate

più conformato, e quel ch’e’ più apprezza

fu della volontà la libertate;

di che le creature intelligenti,

e tutte e sole, fuoro e son dotate.

(Paradiso, Canto V, versi da 19 a 24)

“Il dono più grande che Dio, nella sua generosità, ha fatto agli uomini, fin dalla creazione, quello più connaturato alla sua bontà e più apprezzato, è il libero arbitrio;

dono fatto a tutte le creature intelligenti,

ma a queste sole.”

Mentre Beatrice dissolve i dubbi del fiorentino, insieme continuano a salire.

Ascendono verso l’Empireo attraverso i vari cieli che lo precedono: il cielo della Luna, il cielo di Mercurio e quello di Venere. Dante ne ammira le caratteristiche e le anime che vi abitano. Incontrano Giustiniano, Dante dialoga con Falchetto da Marsiglia. Poi il poeta si ferma ad assaporare il toccante elogio che  San Tommaso fa di San Francesco e la sua invettiva contro la corruzione della chiesa e per un ritorno della chiesa stessa alla povertà, povertà che, rimasta vedova di Cristo, ritrova dopo, ben mille anni, in San Francesco il suo novello sposo.

OH IGNOTA RICCHEZZA

(San Tommaso)

Oh ignota ricchezza! oh ben ferace!                

Scalzasi Egidio, scalzasi Silvestro                    

dietro a lo sposo, sì la sposa piace.                  

Indi sen va quel padre e quel maestro             

con la sua donna e con quella famiglia           

che già legava l'umile capestro.                      

Né li gravò viltà di cuor le ciglia                     

per esser fi' di Pietro Bernardone,                 

né per parer dispetto a maraviglia;               

ma regalmente sua dura intenzione               

ad Innocenzio aperse, e da lui ebbe                

primo sigillo a sua religïone.                           

Poi che la gente poverella crebbe                   

dietro a costui, la cui mirabil vita                  

meglio in gloria del ciel si canterebbe,

di seconda corona redimita                              

fu per Onorio da l'Etterno Spiro                    

la santa voglia d'esto archimandrita.              

E poi che, per la sete del martiro,                  

ne la presenza del Soldan superba                

predicò Cristo e li altri che 'l seguiro,            

e per trovare a conversione acerba                

troppo la gente e per non stare indarno,         

redissi al frutto de l'italica erba,                    

nel crudo sasso intra Tevero e Arno              

da Cristo prese l'ultimo sigillo,

che le sue membra due anni portarno.

Quando a colui ch'a tanto ben sortillo

piacque di trarlo suso a la mercede

ch'el meritò nel suo farsi pusillo,

a' frati suoi, sì com'a giuste rede,

raccomandò la donna sua più cara,

e comandò che l'amassero a fede;

 e dal suo grembo l'anima preclara

mover si volle, tornando al suo regno,

e al suo corpo non volle altra bara.

(Paradiso, Canto XI, versi da 82 a 117)

O sconosciuta ricchezza! O bene

che ne genera altri! La povertà

è tanto amata che sia Egidio che

Silvestro decidono di seguire

la regola francescana.

Poi il santo, padre e maestro,

si avvia, in compagnia

della Povertà e di un piccolo

gruppo di monaci che si cingevano

il saio con una semplice corda.

Ed egli non si vergogna né

per il fatto di essere figlio di

Pietro Bernardone, né poiché

la sua scelta di vita scandalizza,

ma, decide di presentare la sua regola,

così intransigente, a papa Innocenzo III,

il quale, per primo, la approva.

Quando si fu moltiplicato il numero

dei fraticelli seguaci di Francesco,

la cui santa vita sarebbe più degno

cantare, per celebrare la gloria

di Dio, la regola di questo pastore,

fu approvata definitivamente da papa

Onorio III. E, dopo essersi recato,

per il desiderio di martirio, dal Sultano,

per predicare anche a lui il Vangelo di Cristo,

poiché aveva trovato un popolo non ancora

pronto a convertirsi, ritornò in Italia.

Ritiratosi sul monte della Verna,

che si trova tra il Tevere e l’Arno,

ricevette le stigmate, ultimo sigillo

dell’amore di Cristo e le portò per due anni.

Quando a Dio, che lo aveva destinato ad

una vita così santa, sembrò giusto richiamarlo a se

e premiarlo per il suo essersi

fatto così povero e umile, affidò ai suoi

confratelli ed eredi il comandamento

di servire, amare ed essere fedeli alla povertà;

volle inoltre che la sua purissima anima,

ritornando alla patria celeste, non avesse

altra bara che il suo stesso corpo.  

Ma un altro dubbio assilla Dante: come risorgeremo? Il nostro corpo si ricongiungerà all’anima? Lo riavremo? Egli si rivolge allora ad una schiera di beati che gli rispondono.

QUANTO FIA LUNGA LA FESTA

(coro dei Beati)

 

“Quanto fia lunga la festa

di paradiso, tanto il nostro amore

si raggerà dintorno cotal vesta.

La sua chiarezza séguita l'ardore;

l'ardor la visïone, e quella è tanta,

quant'ha di grazia sovra suo valore.

Come la carne glorïosa e santa

fia rivestita, la nostra persona

più grata fia per esser tutta quanta;

per che s'accrescerà ciò che ne dona

di gratüito lume il sommo bene,

lume ch'a lui veder ne condiziona;

onde la visïon crescer convene,

crescer l'ardor che di quella s'accende,

crescer lo raggio che da esso vene.

Ma sì come carbon che fiamma rende,

e per vivo candor quella soverchia,

sì che la sua parvenza si difende;

così questo folgór che già ne cerchia

fia vinto in apparenza da la carne

che tutto dì la terra ricoperchia;

né potrà tanta luce affaticarne:

ché li organi del corpo saran forti

a tutto ciò che potrà dilettarne”.

(Paradiso, Canto XIV, versi 37-59)

“Finché durerà la gioia del paradiso,

durerà anche l’abito di luce che la carità

fa splendere intorno a noi. La sua intensità

è proporzionata al nostro amore per Dio,

e questo, alla visione che abbiamo di Lui,

essa, infine, è tanto grande, quanta grazia riceve

da Dio, pur non meritandola. Quando

il corpo, reso santo e glorioso, sarà risuscitato,

noi saremo più belli, perché ormai completi in Dio:

poiché sarà ancora più grande, la grazia

che riceveremo da Dio, sommo bene,

la quale, determina la nostra visione di Lui;

per cui devono crescere sia la visione divina,

sia la carità che ne deriva che la sua luce riflessa.

E come il carbone che produce la fiamma

ma è più incandescente di lei, così da essere visibile,

allo stesso modo, il corpo risorto, che ora è sotto terra, sarà più visibile, di questa luce che ora ci circonda, e però, questa luce non ci provocherà fastidio, perché i nostri sensi saranno in grado di sopportare tutto ciò che provoca beatitudine”.

Mentre Dante riflette sulla risurrezione ecco manifestarsi la croce di Cristo nel rosso cielo di Marte. Dante è affascinato da tanta bellezza ma continua a salire. Ora vede il Cristo. Si il Cristo. Quale grazia, la sua gioia è incontenibile. Poi, la Vergine Maria.

Di fronte a lei Beatrice, illuminata dalla luce divina del Cristo, ricca di un sorriso intenso e luminoso intona una fervente preghiera.

OH SODALIZIO

(Beatrice)

“O sodalizio eletto a la gran cena 

del benedetto Agnello, il qual vi ciba

sì, che la vostra voglia è sempre piena,

se per grazia di Dio questi preliba

di quel che cade de la vostra mensa,

prima che morte tempo li prescriba,

ponete mente a l'affezione immensa

e roratelo alquanto.”

(Paradiso, Canto XXIV, versi 1-8)

“O gruppo di persone, scelto per partecipare il banchetto dell’Agnello santo, che vi nutre in maniera tale da saziarvi sempre, se, per la grazia di Dio, quest’uomo gusta in anticipo alcune briciole della vostra tavola, prima che la morte ponga fine alla sua vita terrena,

considerate il suo infinito desiderio

e dissetatelo in abbondanza.”

Dante ha incontrato il Cristo, ha incontrato la Vergine, ha superato le prove sulla sapienza  teologale , ha sentito lo sdegno di San Pietro contro i papi usurpatori del suo Sacro Scanno. Ora con Beatrice abbassa lo sguardo e vede sotto di lui tutta la bellezza e la potenza del creato. Insieme non sanno trattenere un moto di sdegno, di fronte alle scellerate scelte umane che rinunciano a tale grazia.

OH CUPIDIGIA

(Dante e Beatrice)

“Oh cupidigia che i mortali affonde

sì sotto te, che nessuno ha podere

di trarre li occhi fuor de le tue onde!

Ben fiorisce ne li uomini il volere;

ma la pioggia continüa converte

in bozzacchioni le sosine vere.

Fede e innocenza son reperte

solo ne' parvoletti; poi ciascuna

pria fugge che le guance sian coperte.

Tale, balbuzïendo ancor, digiuna,

che poi divora, con la lingua sciolta,

qualunque cibo per qualunque luna;

e tal, balbuzïendo, ama e ascolta

la madre sua, che, con loquela intera,

disïa poi di vederla sepolta.

Così si fa la pelle bianca nera

nel primo aspetto de la bella figlia

di quel ch'apporta mane e lascia sera”.

 “Oh avarizia, che tanto sommergi gli uomini che nessuno riesce a sollevare il capo oltre le passioni cattive che tu generi! Di certo gli  uomini desiderano il bene, ma, la continua tempesta della corruzione, trasforma le susine buone in frutti vuoti e guasti. L’onestà e l’innocenza si trovano solo nei bambini, poi, entrambe, spariscono prima che le guance si coprano di barba.

C’è chi rispetta l’obbligo del digiuno finché è balbuziente, ma è lo stesso che, imparato a parlare, s’ingozza sempre e di tutto; e c’è chi, ancora balbettante, ama sua madre e le obbedisce e poi, quando comincia a parlare, vorrebbe vederla morta. Così, cambia la natura umana davanti a Dio,  come cambia la pelle di una persona che sia stata esposta alla luce del sole, la prima cosa ad essere creata  da Dio.”

(Paradiso, Canto XXVII, versi 121-138)

Dante ormai è arrivato alla fine del suo viaggio. Si trova nell’Empireo il cielo di pura luce. Oltre non si sale. Ed è qui che ha l’apogeo della sua incredibile esperienza.

Vede un punto luminoso, insostenibile alla vista, ed, intorno ad esso, nove cerchi angelici che turbinano a velocità diverse: Dio! Si! Quel punto è Dio, l’infinito.

Lo vede, unico uomo vivo. E’ immobile, in estasi, sopraffatto da tanta emozione.

Rivolge il suo sguardo, pieno dell’amore di Dio, verso Beatrice e la ringrazia per averlo guidato in questo meraviglioso viaggio

OH DONNA

(Dante)

«O donna in cui la mia speranza vige,

e che soffristi per la mia salute

in inferno lasciar le tue vestige,

di tante cose quant'i' ho vedute,

dal tuo podere e da la tua bontate

riconosco la grazia e la virtute.

Tu m'hai di servo tratto a libertate

per tutte quelle vie, per tutt'i modi

che di ciò fare avei la potestate.

La tua magnificenza in me custodi,

sì che l'anima mia, che fatt'hai sana,

piacente a te dal corpo si disnodi».

(Paradiso, Canto XXXI, versi 79-90)

 "O donna in cui prende vigore la mia speranza, e che non disdegnasti di lasciare le tue orme nell’inferno per la mia salvezza, riconosco che dal tuo potere e dalla tua bontà ho ricevuto la grazia e la capacità di vedere tante cose quante ne ho vedute. Tu mi hai condotto dalla schiavitù alla libertà servendoti di tutte quelle vie, di tutti quei mezzi che avevi la possibilità di usare. Conserva in me il tuo mirabile dono, affinché la mia anima, che hai risanato dal peccato, si separi dal corpo, così come tu desideri che sia, e cioè in grazia di Dio”.

RAPPRESENTAZIONI

28 Gennaio 2011 - Caronno Pertusella (VA)

11 Marzo 2011 - Barlassina (MI)

7 Maggio 2011 - Saronno (VA)


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