Libretto

Dal Santo Sepolcro al Paradiso

 Un viaggio emozionante, tra le pagine della Gerusalemme liberata di Torquato Tasso e della Divina Commedia di Dante Alighieri

Di Andrea Arnaboldi

 

Revisione critica e parafrasi di Luca Seveso

 

Gerusalemme, anno domini 1099.

La città è in mano ai saraceni.

Aladino, re della città santa, attende con timore l’arrivo dell’esercito cristiano da oltre mare.

Quello cristiano è un esercito potente, agguerrito, immenso.

Aladino ha fortificato la città, ha consolidato le difese, ha rafforzato le sue armate, ma questo non basta per reggere l’impeto

crociato.

Egli chiama allora a raccolta i migliori cavalieri del regno.

Ora il suo esercito è potente e temibile ma non basta.

Aladino non è certo della vittoria.

Invia dunque Argante, il suo più prode e fidato campione, da Goffredo di Buglione, supremo comandante delle armate cristiane,

 per mediare e tentare di evitare lo scontro.

 

GIUNTA è TUA GLORIA

(Argante)

Giunta è tua gloria al sommo, e per l’inanzi                         La tua gloria è arrivata al suo punto più alto e, in futuro, 

fuggir le dubbie guerre a te conviene:                                   ti conviene stare lontano dalle guerre dall'esito incerto,

ch’ove tu vinca, sol di stato avanzi,                                         a conseguenza delle quali, anche nel caso in cui tu vinca,

né tua gloria maggior quinci diviene;                                     aumenterai solo l'estensione dei territori conquistati, non

ma l’imperio acquistato e preso inanzi                                   la tua gloria; e, invece, se dovesse accadere il contrario,

e l’onor perdi, se ‘l contrario avviene.                                     perderesti sia il potere sia soprattutto la fama. La fortuna fa

Ben gioco è di fortuna audace e stolto                                   con gli uomini un gioco audace e pericoloso. Infatti propone

Por contra il poco e incerto ‘l certo e ‘l molto.                       loro di scambiare ciò che è sicuro e abbondante con ciò che

                                                                                                    è incerto e scarso.

 

Ma s’animosità gli occhi non benda,                                      Ma, se la passione non ti oscura la vista nè annebbia in te

né il lume oscura in te de la ragione,                                      le tue capacità razionali, ti renderai conto del fatto che,

scorgerai, ch’ove tu la guerra prenda,                                    nel caso tu intraprenda la guerra, ne avrai motivo di timore

hai di temer, non di sperar cagione,                                       e non di speranza poichè, qui sulla terra, la fortuna cambia

ché fortuna qua giù varia a vicenda                                         proponendoci situazioni ora positive ora negative cosichè

mandandoci venture or triste or buone;                                  se si vola troppo in alto e si è saliti in maniera troppo rapida

ed a i voli troppo alti e repentini                                               il rischio di cadere è molto alto

sogliono i precipizi esser vicini.

 (Canto II, ottave 68 e 70)

 

Argante fallisce.

Goffredo rifiuta l’offerta di Aladino e scaglia il suo esercito contro le possenti mura di Gerusalemme.

I primi combattimenti contro i difensori della città, mietono vittime illustri.

Nelle file crociate alcuni comandanti vengono trafitti.

Nel campo cristiano, alle porte della città assediata, Rinaldo e Gernando duellano disumanamente per la loro successione.

Goffredo  è indignato: la tragica disfida non doveva svolgersi.

Rinaldo, il vincitore,  ha tradito i valori cavallereschi e, sulla sua spada, gronda il sangue di un suo compagno d’armi.

Tancredi, valoroso guerriero e consigliere fidato di Goffredo,  cerca di difenderne l’operato.

Goffredo è irremovibile. Rinaldo è indegno di vestire i colori crociati e deve scegliere se subire  l’onta del cappio o  essere

cacciato  come un traditore. Cosi deve essere!!!

L’esempio viene dall’alto e la punizione deve essere esemplare.

 

 DAI PIU’ SUBLIMI                                                            

(Goffredo di Buglione)

Dai più sublimi                                                                          I più umili devono imparare ad ubbidire dai  più alti in       

ad ubbidir imparino i più bassi.                                               in grado

Mal, Tancredi, consigli e male stimi,                                     O Tancredi, ti sbagli se pretendi chi io lasci i nobili

se vuoi che i grandi in sua licenza io lassi.                             da'animo nelle mani dei più meschini.

Qual fòra imperio il mio, s’a vili ed imi,                                   Che comandante sarei, se sapessi imporre la mia autorità

sol duce de la plebe, io comandassi?                                       solo ai soldati dei ranghi inferiori?

Scettro impotente, e vergognoso impero:                                Se lo avessi a queste condizioni, il mio sarebbe un potere

se con tal legge è dato, io più nol chero.                                  vuoto e che non mi nobilita.

 

 Ma libero fu dato e venerando;                                                  La mia autorità deve essere libera e rispettata

né vuo’ ch’alcun d’autorità lo scemi.                                          e non voglio che nessuno la indebolisca.

E so ben io come si deggia e quando                                         So bene, da solo, quando e come dare punizioni e gratificazioni

ora diverse impor le pene e i premi,                                           comportandomi a seconda delle necessità,

ora, tenor d’egualità serbando,                                                    in maniera tale da trattare tutti allo stesso modo

non separar dagl’infimi i supremi.

Così dicea; né rispondea colui…

Canto V, ottave 37 e 38)

 

Rinaldo è stato cacciato con infamia.

Ma la punizione, che doveva essere tremenda, si è trasformata in un’oasi di piacere. Egli è finito infatti tra le braccia di Armida, 

che lo adora.

La terribile maga, al servizio di Aladino, lo tratta come un re. Danza per lui, gli offre cibi succulenti, gli dona un giaciglio lussuoso.

E’ una vita lussuriosa e beata per un condannato, che ne gode gli agi. Il canto voluttuoso di Armida inoltre lo avvolge e gli culla i

sensi.

 

 

 

OH GIOVANETTI

(Maga Armida)

 

“O giovenetti, mentre aprile e maggio                                    E voi giovani, mentre la primavera della vita,

v’ammantan di fiorite e verdi spoglie,                                       vi veste di abiti fioriti e verdi, che sono, in realtà

di gloria e di virtù fallace raggio                                                un'immagine passeggera della gloria e della virtù;

la tenerella mente ah non v’invoglie!                                        non lasciate che la vostra mente sprovveduta s'inganni!

Solo chi segue ciò che piace è saggio,                                     Solo chi basa la sua vita sulla ricerca del piacere è saggio

e in sua stagion de gli anni il frutto coglie.                              e, al momento giusto, raccoglie il frutto della sua

Questo grida natura. Or dunque voi                                        esistenza. Questo è ciò che grida la natura. Dunque voi

indurarete l’alma a i detti suoi?                                                 volete rendere la vostra anima insensibile alle sue parole?

 Folli perché gettate il caro dono,                                              Siete pazzi! perchè sprecate il dono della giovinezza,

che breve è sì, di vostra età novella?                                         che è così breve? il pregio e il valore, onorati dagli uomini

Nome, e senza soggetto idoli sono                                           pressochè come dei , non sono altro che immagini false,

ciò che pregio e valore il mondo appella.                                 alle quali non corrisponde alcuna realtà.

La fama che invaghisce a un dolce suono                                La notorietà, che fa innamorare di sè le persone superbe

voi superbi mortali, e par sì bella,                                              è soltanto un eco, un sogno, anzi l'ombra di un sogno,

è un’eco, un sogno, anzi del sogno un’ombra,                         che svanisce e si dilegua al primo soffio di

ch’ad ogni vento si dilegua e sgombra.                                     vento.

 

 Goda il corpo sicuro, e in lieti oggetti                                        Il corpo stia al sicuro, senza preoccupazioni

l’alma tranquilla appaghi i sensi frali;                                         e tra le comodità, l'anima appaghi i sensi con l'amore;

oblii le noie andate, e non affretti                                                 dimentichi le contrarietà del passato e non anticipi i

le sue miserie in aspettando i mali.                                              propri dolori, pensando alle sventure che verranno.

Nulla curi se ‘l ciel tuoni o saetti,                                                 Non si preoccupi dei tuoni e delle saette

minacci egli a sua voglia e infiammi strali.                                  infiammate dal cielo.

Questo è saver, questa è felice vita:                                              Questa è la vera conoscenza, questa la vita veramente felice:

sì l’insegna natura e sì l’addita.”                                                   è la natura stessa che ce la insegna e ce la indica.

(Canto XIV, ottave da 62 a 64)

 

Mentre Rinaldo consuma i suoi giorni nell’ozio e nei piaceri dei sensi i suoi compagni combattono valorosamente contro un nemico

forte e determinato.

Davanti alle possenti mura di Gerusalemme, si è svolta una grande battaglia.

Entrambi gli eserciti hanno avuto perdite disastrose. I corpi martoriati  dei cavalieri e dei fanti giacciono senza vita sul campo di

battaglia. Le loro carcasse

formano un mosaico apocalittico. Il giorno volge al termine, la quiete della sera e le tenebre della notte avvolgono come un manto

 pietoso quell’orribile

scempio. Si alza allora una preghiera, che abbraccia, sia  i cavalieri con le mani aperte sul campo, che quelli con le mani

 serrate sull’elsa.

 

AVE MARIA

(Musa e coro di Crociati)

Ave Maria, gratia plena,                                                            Ave Maria, piena di grazia,
Dominus tecum, benedìcta tu in mulieribus,                         il  Signore è con te, Tu sei benedetta fra tutte le donne

et benedìctus fructus ventris tui, Iesus.                                   e benedetto il frutto del tuo seno, Gesù.

Sancta Maria, mater Dei, ora pro nobis peccatoribus,           Santa Maria, Madre di Dio, prega per noi peccatori,
nunc et in hora mortis nostrae. Amen.                                     adesso e nell'ora della nostra morte. Amen

 

E’ l’apoteosi della ferocia. Una contesa che non ha limiti. Un tremendo incantesimo incombe ora sul campo crociato.

Ismeno, il mago di Aladino re di Gerusalemme, ha compiuto un sortilegio che impedisce ai crociati di ricevere rifornimenti e approvvigionamenti.

La foresta intorno alle tende è una trappola mortale. Nessuno che vi entri riesce ad uscirne. Solo un cavaliere può vincere questa sfida e rompere gli

 incantesimi: Rinaldo; colui che è fuggito, colui che vive negli agi, colui la cui anima sembra votata alla passione più sfrenata.

Rinaldo riesce però a vincere i suoi sensi, chiede perdono a Goffredo, che glielo concede, e parte per la terribile impresa.

Entra nel bosco in una tersa mattina, e la dolce aurora fa presagire grandi speranze. Tutto ha inizio.

 

OH QUANTE BELLE

(Rinaldo)

“Oh quante belle luci                                                                  "Quante meravigliose stelle ci sono in cielo!

 

luci il tempio celeste in sé raguna!                                              il sole di giorno e, di notte,

Ha il suo gran carro il dì, l’aurate stelle                                    le stelle d'oro e la luna d'argento;

spiega la notte e l’argentata luna;                                             ma nessuno contempla solo queste o solo quella,

ma non è chi vagheggi questa o quelle.                                   noi uomini preferiamo ammirare

e miriam noi torbida luce bruna                                                il volto di una donna.

ch’un girar d’occhi, un balenar di riso,                                     che, nei suoi occhi e nel suo sorriso,

scopre in breve confin di fragil viso.”                                         ci manifesta una gioia però effimera."

 

Così pensando, a le più eccelse cime                                        Mentre pensava a queste cose, raggiunse la cima del

ascese, e quivi, inchino e riverente,                                            monte Oliveto e qui, inchinandosi rispettoso, alzò gli

alzò il pensier sovra ogni ciel sublime                                        occhi fino all'Empireo e, guardando ad Oriente disse:

e le luci fissò nell’Oriente:                                                            "O Dio, Padre e Signore degli uomini, guarda clemente

“La prima vita e le mie colpe prime                                            alla mia vita prima della conversione e

mira con occhio di pietà clemente,                                             alle sue colpe e fa piovere su di me la

Padre e Signor, e in me tua grazia piovi,                                    tua grazia, così da rinnovare e purificare l'uomo

sì che ‘l mio vecchio Adam purghi e rinovi”.                              peccatore che ero".

 (Canto XVIII, ottave 13 e 14)

 

 

Rinaldo non fallisce. Libera il bosco. Arrivano i rifornimenti, nuove armi alimentano l’esercito di Goffredo. Il duce Cristiano

attacca. E, dopo una battaglia

cruenta, la città è vinta. Vittoria, vittoria urlano i cavalieri cristiani con una sola voce.

Il Santo Sepolcro è libero.

Ma…

Quanti morti, quanto sangue. Scemata l’euforia della vittoria, un buio opprimente scende sulla città. Vapori di morte ne avvolgono i contorni, l’aria è irrespirabile. Un tragico destino incombe sulla città celeste. Anime disperate brancolano nell’oscurità. Ombre spettrali invadono i suoi vicoli. Per queste figure eteree il  corpo è solo un tragico ricordo ed  il fetore opprimente delle loro carcasse non lambisce i loro sensi.

Lentamente, ormai privi del fardello terreno, si avviano verso il loro eterno destino. Cavalieri, fanti, mendicanti, uomini di potere, servi e condottieri, tutti accomunati nell’ora della morte in un’attesa angosciante. La loro via sarà  segnata dal dolore o dalla redenzione. Chi ascenderà in Paradiso, chi attenderà con pazienza e speranza nel secondo regno, chi invece troverà la sua definitiva dimora nel grande cono infernale: nel regno di Lucifero

 

 

Ed è li che Dante inizia il suo viaggio.

Nel regno del male, dove custodi sono i demoni e dove Satana stende la sua ombra. Per entrarvi oltrepassa la porta con la

tremenda scritta. La supera.

Nel suo cammino incontra anime dannate  e, tra loro, immersa in  un turbine potente ed inarrestabile di corpi flagellati dalla 

terribile giostra della tempesta, scorge Francesca.

La chiama a sé e le chiede la sua storia. Lei, per un attimo si ferma e gliela racconta.

 

SIEDE LA TERRA DOVE NATA FUI

(Francesca da Rimini e coro di dannati)

“Siede la terra dove nata fui                                                      "La terra dove sono nata, si trova                     

su la marina dove ‘l Po discende                                                sul litorale dove il Po discende

per aver pace co’ seguaci sui.                                                     e si unisce ai suoi affluenti.

Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende,                                    L'Amore che rapidamente si impossessa

prese costui de la bella persona                                                  di un cuore nobile, fece innamorare

che mi fu tolta; e ‘l modo ancor m’offende.                                Paolo di me, che fui uccisa e il modo ancora mi fa soffrire.

Amor, ch’a nullo amato amar perdona,                                      L'amore, che a nessun amato perdona di non ricambiare l'amore

mi prese del costui piacer sì forte,                                               si impadronì di me a causa della bellezza di Paolo,

che, come vedi, ancor non m’abbandona.                                  quell'amore, che, come vedi, non si è ancora spento.

Amor condusse noi ad una morte”.                                             L'Amore ci portò a morire insieme".

 (Inferno, Canto V, versi da 97 a 106)


 

Dante prova un’infinita pena per lei. Il suo volto è rigato di lacrime.

Il poeta si allontana con le orecchie tormentate dal sibilo dell’infelice bufera e con il pensiero rivolto al tragico destino di Francesca. Proseguendo nel suo

viaggio, tra i golosi,incontra Ciacco.

Il peccatore giace nel fango puzzolente, sotto la continua minaccia di essere smembrato e risputato nella melma da Cerbero, l’immondo demone dalle tre teste

canine e dalla barba unta e atra. Il conterraneo di Dante, stando con il busto eretto, in segno di superbia e di fierezza, racconta al poeta le sventure che

avrebbero martoriato Firenze, poi però è costretto a ricadere nel fango.

E da lì non si rialzerà più fino al giudizio finale, fino al suon dell’angelica tromba.

 

PIU NON SI DESTA

(Virgilio e coro di dannati)

“Più non si desta                                                                        "Ciacco non si sveglierà più,                              

di qua dal suon de l’angelica tromba,                                      fino al Giudizio Universale

quando verrà la nimica potesta:                                                quando verrà il Giudice nemico dei peccatori:

ciascun rivederà la trista tomba                                                ciascun dannato rivedrà la sua misera tomba,

ripiglierà sua carne e sua figura                                                riavrà il suo corpo e le sue sembianze,

udirà quel’ ch’in etterno rimbomba.”                                       ascolterà la sentenza eterna di dannazione".

(Inferno, Canto VI, versi da 94 a 99)

 

 

Dante, sempre più frastornato, lascia Ciacco e incontra i prodighi e gli avari

tormentati da Pluto, il maledetto lupo custode del quarto cerchio.

Attraversa la palude Stigia, brulicante di anime rabbiose,  sulla barca guidata dal demone Flegias, impaziente e fulmineo.. Si trova di fronte le rosse mura

infuocate di Dite, la maledetta città eterna. Nugoli di demoni e di arpie la custodiscono e tentano di impedirne l’entrata. Dante deve proseguire ma non ci

riesce. Interviene allora un messo celeste, inviato dal regno della luce, l’angelo apre le possenti  porte con una semplice verghetta e fa fuggire tutti quei luridi

servi del male.

Dante entra ma si trova nel deserto. Solo le tombe fumanti degli eretici arsi dal fuoco eterno illuminano il suo cammino. Egli scorge allora lo stolto e irascibile

Minotauro che, pur essendo, incatenato tenta di andargli contro.

Il poeta giunge alla ripa insanguinata. Li si trovano i peggiori assassini immersi nel sangue che loro stessi hanno tragicamente versato.

 

OH CIECA CUPIDIGIA

(Musa e coro di dannati)

Oh cieca cupidigia e ira folle,                                                   Oh cieca sete di ricchezze e ira insensata,

che sì ci sproni nella vita corta                                                  che, nella vita terrena, tanto ci spronate, e poi, nell'eternità

e ne l’etterna poi si mal c’immolle!                                           ci costringete a stare sprofondati nel sangue!

(Inferno, Canto XII, versi da 49 a 51)

Dante attraversa il fiume in groppa ai centauri, mezzi uomini e mezzi cavalli, custodi feroci di quella riviera purpurea e mefitica e si inoltra nella foresta dei

lamenti. Lì i suicidi vedono il loro corpo, che hanno rinnegato e rifiutato, appeso ai rami  di delle  piante. Essi sono inoltre continuamente morsi da arpie e

cagne rognose. Il poeta li supera e, in una landa deserta, viene investito da una tempesta.

Una tempesta di fuoco, che percuote con violenza quella terra maledetta.

 

D’ANIME NUDE

(Dante)

 D’anime nude vidi molte gregge                                            Vidi una gran quantità di anime, nude,

che piangean tutte, assai miseramente,                                  e che piangevano tutte disperatamente

e parea posta lor diversa legge.                                                ma, che si trovavano in condizioni diverse.

Supin giacea in terra molta gente                                            Alcuni erano per terra supini, altri erano

alcuna si sedea tutta raccolta,                                                   rannicchiati, e, altri ancora, camminavano senza mai

e altra andava continüamente.                                                  fermarsi.

Quella che giva ‘ntorno era più molta,                                     La maggior parte di loro camminava,

e quella men che giacëa al tormento,                                      un numero minore era invece sdraiata a subire la pioggia di fuoco

ma più al duolo avea la lingua sciolta.                                      e, questi ultimi bestemmiavano ancora come da vivi.

Sovra tutto ‘l sabbion, d’un cader lento,                                   La pioggia di fuoco cadeva lenta sulla sabbia, come la neve

piovean di foco dilatate falde,                                                    in montagna quando non c'è vento.

come di neve in alpe sanza vento.                                            Come capitò ad Alessandro Magno in India,

Quali Alessandro in quelle parti calde                                     che vide cadere pioggia di fuoco sopra le sue truppe e

d’Indïa vide sopra ‘l süo stuolo                                                  ordinò loro di calpestarla, in modo che le fiamme,

fiamme cadere infino a terra salde,                                          ancora circoscritte fossero più facili da domare.

per ch’ei provide a scalpitar lo suolo                                         Cosi scendeva sopra di noi,

con le sue schiere, acciò che lo vapore                                     la pioggia eterna;  per questo motivo la sabbia

mei si stingueva mentre ch’era solo:                                         prendeva fuoco come l'esca dell'acciarino

tale scendeva l’etternale ardore;                                                 e raddoppiava le nostre sofferenze.

onde la rena s’accendea, com’esca                                            Le mani dei dannati

sotto focile, a doppiar lo dolore.                                                   si muovevano continuamente, di qua e di la,

Sanza riposo mai era la tresca                                                     per liberarsi dalle faville.

de le misere mani, or quindi or quinci                                        Vidi una gran quantità di anime nude.

escotendo da sé l’arsura fresca.

D’anime nude vidi molte gregge.

 (Inferno, Canto XIV, versi da 19 a 42)


 

Dante incontra il suo antico maestro Brunetto Latini, intruppato in un’interminabile colonna di sodomiti. Il poeta è spossato dalla tristezza provata. Quanti

amici, quanti conoscenti in quella triste valle, egli prosegue però il suo viaggio allucinante.

Incontra i simoniaci, religiosi di ogni sorta e rango, che hanno venduto l’anima al demonio per quattro miserabili soldi e che stanno svendendo la Santa

madre chiesa. Tra loro il papa che tradì i templari, maghi, indovini, barattieri, ipocriti, traditori. Il conte Ugolino con i denti conficcati nel cranio

dell’Arcivescovo Ruggieri.

Il mostro Gerione con le sue pungenti ali, i giganti incatenati in enormi pozzi.

Una ridda di creature orripilanti.

Un coacervo di uomini miserabili, tormentati da pene strazianti. Dante è frastornato da tanto dolore e da tanto orrore. Improvvisamente, sente un alito di vento

dove tutto è immobile, dove tutto è buio, dove il sole non sorge e dove la notte non tramonta: il vento

 

VEXILLA REGIS

(Virgilio e coro di demoni)

 Vexilla regis prodeunt inferni                                                  Avanzano, verso di noi, le insegne del re dell'Inferno.

 (Inferno, Canto XXXIV, verso 1)

 

 

No! Non è il vento quello che gli accarezza il volto. E’ lo sbatter d’ali del custode di quel regno: Lucifero. Dante lo vede però  incatenato, inerme.

a creatura, che ha rinnegato il Creatore e ha condotto alla perdizione tanta umanità, umanità che ora affolla il regno dei morti, è definitivamente sconfitta  e

gli si presenta inoffensiva e  impotente. Dante osserva Lucifero: ne è disgustato.

Ora deve andare, deve lasciare quel luogo brutale, deve affrettarsi.

Eccolo finalmente fuori. Ecco finalmente le stelle

 

 

INTRAMMO A RITORNAR

(Dante, Virgilio, musa e coro di dannati)

Intrammo a ritornar nel chiaro mondo                                    Entrammo in quella caverna per ritornare

e sanza cura aver d’alcun riposo,                                              nel mondo della luce, e senza preoccuparci

salimmo su, el primo e io secondo,                                           di riposare, salimmo verso l'alto, prima Virgilio e poi

tanto ch’i’ vidi de le cose belle                                                   io, abbastanza da vedere, attraverso un foro, alcune

che porta ‘l ciel, per un pertugio tondo.                                    creature celesti.

E quindi uscimmo a riveder le stelle.                                        E, passando di qui, uscimmo a rivedere le stelle.

 (Inferno, Canto XXXIV, versi134-139)


 

 

 

Intervallo

 

Dante lascia l’Inferno e s’avvia verso il Purgatorio. Anche qui incontra dolore e sofferenza ma l’aria è pervasa di speranza. Le pene saranno scontate, ma

 poi ci saranno la pace e la felicità eterna. Qui esiste la speranza! Il poeta si sente più sereno e rinfrancato, sale il monte del Purgatorio, lo percorre tutto.

E finalmente arriva all’agognata meta: il regno dei cieli. Ora è Beatrice che lo guiderà alla Gerusalemme celeste, con estrema delicatezza e, subito, gli apre

 la mente al mistero dell’ultimo dei tre regni.

 

 

 

 

LE COSE TUTTE QUANTE

(Beatrice )

 “Le cose tutte quante                                                               Tutte le creature sono ordinate tra loro,

hanno ordine tra loro, e questo è forma                                    in maniera tale che, il loro ordine

che l’universo a Dio fa somigliante.                                           rispecchi quello di Dio.

Qui veggion l’alte creature l’orma                                             Ed è proprio in questo ordine, che le creature superiori  

de l’etterno valore, il qual è fine                                                  intravvedono l'immagine del Creatore, il  Quale, a sua volta,

al quale è fatta la toccata norma.                                                è il Fine per cui è stato creato l'universo intero.

Ne l’ordine ch’io dico sono accline                                            Tutte le cose create, tendono a questo Fine,

tutte nature, per diverse sorti,                                                     ognuna a partire dalla propria condizione,

più al principio loro e men vicine;                                               più o meno vicina che essa sia, a Dio; per cui si

onde si muovono a diversi porti.                                                  muovono, nella creazione stessa, verso mete diverse,

Questi ne porta il foco inver’ la luna                                           seguendo ciascuna l'istinto che le guida. Tale istinto, fa

questi ne’ cor mortali è permotore;                                            si che il fuoco tenda verso il cielo della luna,

questi la terra in sé stringe e aduna;                                          lo stimolo vitale alimenti gli esseri mortali,

né pur le creature che son fore                                                   e tiene compatta e unita la terra. Esso non dirige

d’intelligenza quest’arco saetta,                                                 solo le creature irrazionali, ma anche quelle dotate

ma quelle c’hanno intelletto e amore.                                        di ragione e volontà.

La provedenza, che cotanto assetta,                                           La provvidenza divina, che presiede e preordina tutto ciò,

del suo lume fa ‘l ciel sempre quïeto                                           appaga sempre con la sua luce l'Empireo,

nel qual si volge quel c’ha maggior fretta;                                  dentro al quale gira il cielo più veloce;

e ora lì, come a sito decreto,                                                         e ora è lì che ci stiamo dirigendo, come stabilito

cen porta la virtù di quella corda                                                  dalla provvidenza stessa.

che ciò che scocca drizza in segno lieto”.

 (Paradiso, Canto I, versi103-126)

 Dante è affascinato dal Paradiso. E’ affamato di conoscenza. Vuole continuamente sapere. Incalza Beatrice con le sue domande. Una in particolare gli sta

 a cuore: il grande mistero del libero arbitrio, la possibilità che ha l’uomo di scegliere il suo destino.

 

LO MAGGIOR DON

(Beatrice e coro di beati)

 “Lo maggior don che Dio per sua larghezza                        " Il dono più grande che Dio, nella sua generosità,

fesse creando, e a la sua bontate                                                ha fatto agli uomini, fin dalla creazione, quello più

più conformato, e quel ch’e’ più apprezza                                connaturato alla sua bontà e più apprezzato, è il

fu della volontà la libertate;                                                          libero arbitrio;

di che le creature intelligenti,                                                      dono fatto a tutte le creature intelligenti,

e tutte e sole, fuoro e son dotate.                                                 ma a queste sole".

 (Paradiso, Canto V, versi da 19 a 24)

 

Mentre Beatrice dissolve i dubbi del fiorentino, insieme continuano a salire.

Ascendono verso l’Empireo attraverso i vari cieli che lo precedono: il cielo della Luna, il cielo di Mercurio e quello di Venere. Dante ne ammira le

 caratteristiche e le anime che vi abitano. Incontrano Giustiniano, Dante dialoga con Falchetto da Marsiglia. Poi il poeta si ferma ad assaporare il toccante

 elogio che  San Tommaso fa di San Francesco e la sua invettiva contro la corruzione della chiesa e per un ritorno della chiesa stessa alla povertà, povertà

che, rimasta vedova di Cristo, ritrova dopo, ben mille anni, in San Francesco il suo novello sposo.

 

 

 

OH IGNOTA RICCHEZZA

(San Tommaso)

Oh ignota ricchezza! oh ben ferace!                                        O sconosciuta ricchezza! O bene che ne genera altri!             

Scalzasi Egidio, scalzasi Silvestro                                             La povertà è tanto amata che sia Egidio che Silvestro

dietro a lo sposo, sì la sposa piace.                                            decidono di seguire la regola francescana.

Indi sen va quel padre e quel maestro                                      Poi il santo, padre e maestro,

con la sua donna e con quella famiglia                                      si avvia in compagnia della Povertà e di un piccolo

che già legava l'umile capestro.                                                 gruppo di monaci che si cingevano il saio con una semplice

Né li gravò viltà di cuor le ciglia                                                 corda. Ed egli non si vergognava nè per il fatto di essere

per esser fi' di Pietro Bernardone,                                              figlio di Pietro Bernardone, nè poichè la sua scelta di vita

né per parer dispetto a maraviglia;                                             scandalizza ma, decide di presentare la sua regola così

ma regalmente sua dura intenzione                                           intransigente, a Papa Innocenzo III, il quale,

ad Innocenzio aperse, e da lui ebbe                                           per primo la approva.

primo sigillo a sua religïone.                                                       Quando si fu moltiplicato il

Poi che la gente poverella crebbe                                               numero dei fraticelli seguaci di Franceso,

dietro a costui, la cui mirabil vita                                                la cui santa vita sarebbe più degno cantare, per

meglio in gloria del ciel si canterebbe,                                       celebrare la gloria di Dio, la regola di questo pastore

di seconda corona redimita                                                          fu approvata definitivamente da papa

fu per Onorio da l'Etterno Spiro                                                  Onorio III.

la santa voglia d'esto archimandrita.                                          E, dopo essersi recato, per il desiderio di martirio,

E poi che, per la sete del martiro,                                               dal Sultano, per predicare anche a lui il vangelo di Cristo,

ne la presenza del Soldan superba                                             poichè aveva trovato un popolo non ancora

predicò Cristo e li altri che 'l seguiro,                                         pronto a convertirsi, ritornò in Italia.

e per trovare a conversione acerba                                              Ritiratosi sul monte della Verna,

troppo la gente e per non stare indarno,                                      che si trova tra il Tevere e l'Arno,

redissi al frutto de l'italica erba,                                                    ricevette le stigmate,

nel crudo sasso intra Tevero e Arno                                             ultimo sigillo dell'amore di Cristo

da Cristo prese l'ultimo sigillo,                                                      e le portò per due anni.

che le sue membra due anni portarno.                                         Quando a Dio, che lo aveva destinato

Quando a colui ch'a tanto ben sortillo                                           ad una vita così santa, sembrò giusto

piacque di trarlo suso a la mercede                                               richiamarlo a se e premiarlo per il suo

ch'el meritò nel suo farsi pusillo,                                                    essersi fatto così povero e umile, affidò

a' frati suoi, sì com'a giuste rede,                                                   ai suoi confratelli ed eredi il comandamento

raccomandò la donna sua più cara,                                               di servire, amare ed essere fedeli alla povertà;

e comandò che l'amassero a fede;                                                 volle inoltre che la sua purissima anima.

 e dal suo grembo l'anima preclara                                                ritornando alla patria celeste, non avesse

mover si volle, tornando al suo regno,                                            altra bara che il suo stesso

e al suo corpo non volle altra bara.                                                 corpo.

 (Paradiso, Canto XI, versi da 82 a 117)

 

Ma un altro dubbio assilla Dante: come risorgeremo? Il nostro corpo si ricongiungerà all’anima? Lo riavremo? Egli si rivolge allora ad una schiera di beati

 che gli rispondono.

 

QUANTO FIA LUNGA LA FESTA

(coro dei Beati)

“Quanto fia lunga la festa                                                         "Finchè durerà la gioia del Paradiso,

di paradiso, tanto il nostro amore                                              durerà anche l'abito di luce che la carità

si raggerà dintorno cotal vesta.                                                  fa splendere intorno a noi.

La sua chiarezza séguita l'ardore;                                             La sua intensità è proporzionata al nostro

l'ardor la visïone, e quella è tanta,                                              amore Dio, e questo, alla visione che abbiamo

quant'ha di grazia sovra suo valore.                                          di Lui, essa, infine, è tanto grande quanta grazia

Come la carne glorïosa e santa                                                  riceve da Dio pur non meritandola. Quando il

fia rivestita, la nostra persona                                                     corpo, reso santo e glorioso, sarà risuscitato.

più grata fia per esser tutta quanta;                                           noi saremo più belli, perchè ormai completi in Dio:

per che s'accrescerà ciò che ne dona                                       poichè sarà ancora più grande la grazia che riceveremo

di gratüito lume il sommo bene,                                                da Dio, sommo bene, la quale

lume ch'a lui veder ne condiziona;                                            determina la nostra visione di Lui; per cui devono

onde la visïon crescer convene,                                                  crescere sia la visione Divina, sai la carità che ne

crescer l'ardor che di quella s'accende,                                    deriva che la sua luce riflessa.

crescer lo raggio che da esso vene.                                            E come il carbone che produce la fiamma

Ma sì come carbon che fiamma rende,                                      ma è più incandescente di lei.

e per vivo candor quella soverchia,                                             così da essere visibile allo stesso modo, il corpo

sì che la sua parvenza si difende;                                                risorto, che ora è sotto terra, sarà più visibile di

così questo folgór che già ne cerchia                                          questa luce che ora ci circonda e, però,

fia vinto in apparenza da la carne                                                questa luce non ci provocherà fastidio,

che tutto dì la terra ricoperchia;                                                   perchè i nostri sensi saranno in grado

né potrà tanta luce affaticarne:                                                     di sopportare tutto ciò che provoca

ché li organi del corpo saran forti                                                 beatitudine".

a tutto ciò che potrà dilettarne”.

 (Paradiso, Canto XIV, versi 37-59)

 

 

Mentre Dante riflette sulla risurrezione ecco manifestarsi la croce di Cristo nel rosso cielo di Marte. Dante è affascinato da tanta bellezza ma continua a

 salire. Ora vede il Cristo. Si il Cristo. Quale grazia, la sua gioia è incontenibile. Poi, la Vergine Maria.

Di fronte a lei Beatrice, illuminata dalla luce divina del Cristo, ricca di un sorriso intenso e luminoso intona una fervente preghiera.

 

OH SODALIZIO

(Beatrice)

“O sodalizio eletto a la gran cena                                            " O gruppo di persone, scelto per partecipare al                    

del benedetto Agnello, il qual vi ciba                                        banchetto dell'Agnello santo, che vi nutre in maniera

sì, che la vostra voglia è sempre piena,                                     tale da saziarvi sempre,se, per grazia di Dio,

se per grazia di Dio questi preliba                                             quest'uomo gusta in anticipo alcune briciole della

di quel che cade de la vostra mensa,                                         vostra tavola, prima che la morte ponga fine alla

prima che morte tempo li prescriba,                                         sua vita terrena,

ponete mente a l'affezione immensa                                         considerate il suo infinito desiderio

e roratelo alquanto.”                                                                    e dissetatelo in abbondanza."

 (Paradiso, Canto XXIV, versi 1-8)

 

Dante ha incontrato il Cristo, ha incontrato la Vergine, ha superato le prove sulla sapienza  teologale , ha sentito lo sdegno di San Pietro contro i papi

usurpatori del suo Sacro Scanno. Ora con Beatrice abbassa lo sguardo e vede sotto di lui tutta la bellezza e la potenza del creato. Insieme non sanno

trattenere un moto di sdegno, di fronte alle scellerate scelte umane che rinunciano a tale grazia.

 

OH CUPIDIGIA

(Dante e Beatrice)

“Oh cupidigia che i mortali affonde                                        "Oh avarizia, cha tanto sommergi gli uomini che

sì sotto te, che nessuno ha podere                                           nessuno riesce a sollevare il capo oltre le passioni

di trarre li occhi fuor de le tue onde!                                        cattive che tu generi!

Ben fiorisce ne li uomini il volere;                                             Di certo gli uomini desiderano il bene ma, la continua

ma la pioggia continüa converte                                               tempesta della corruzione, trasforma le susine

in bozzacchioni le sosine vere.                                                  buone in frutti vuoti e guasti.

Fede e innocenza son reperte                                                   L'onestà e l'innocenza si trovano solo nei

solo ne' parvoletti; poi ciascuna                                                 bambini poi, entrambe, spariscono prima che

pria fugge che le guance sian coperte.                                      le guance si coprano di barba.

Tale, balbuzïendo ancor, digiuna,                                             C'è  chi rispetta l'obbligo del digiuno finchè è

che poi divora, con la lingua sciolta,                                          balbuziente  ma è lo stesso che, imparato a parlare,

qualunque cibo per qualunque luna;                                        s'ingozza sempre e di tutto; e c'è chi ancora balbettante

e tal, balbuzïendo, ama e ascolta                                              ama sua madre e la obbedisce e poi, quando

la madre sua, che, con loquela intera,                                      comincia a parlare vorrebbe vederla

disïa poi di vederla sepolta.                                                         sepolta.

Così si fa la pelle bianca nera                                                     Così cambia la natura umana davanti a Dio, come cambia

nel primo aspetto de la bella figlia                                              la pelle di una persona che sia stata esposta alla luce del sole,

di quel ch'apporta mane e lascia sera”.                                    la prima cosa ad esser creata da Dio.

 (Paradiso, Canto XXVII, versi 121-138)

 

Dante ormai è arrivato alla fine del suo viaggio. Si trova nell’Empireo il cielo di pura luce. Oltre non si sale. Ed è qui che ha l’apogeo della sua incredibile

esperienza.

Vede un punto luminoso, insostenibile alla vista, ed, intorno ad esso, nove cerchi angelici che turbinano a velocità diverse: Dio! Si! Quel punto è Dio, l’infinito.

Lo vede, unico uomo vivo. E’ immobile, in estasi, sopraffatto da tanta emozione.

Rivolge il suo sguardo, pieno dell’amore di Dio, verso Beatrice e la ringrazia per averlo guidato in questo meraviglioso viaggio

 

OH DONNA

(Dante)

«O donna in cui la mia speranza vige,                                     " O donna in cui prende vigore la mia speranza,

e che soffristi per la mia salute                                                   e che non disdegnasti di lasciare le tue orme

in inferno lasciar le tue vestige,                                                  nell'Inferno per la mia salvezza, riconosco che dal

di tante cose quant'i' ho vedute,                                                tuo potere e dalla tua bontà ho ricevuto la grazia

dal tuo podere e da la tua bontate                                             e la capacità di vedere tante cose quante ne ho

riconosco la grazia e la virtute.                                                   vedute.

Tu m'hai di servo tratto a libertate                                             Tu  mi hai condotto dalla schiavitù alla libertà

per tutte quelle vie, per tutt'i modi                                              servendoti di tutte quelle vie, di tutti quei mezzi

che di ciò fare avei la potestate.                                                   che avevi la possibilità di usare.

La tua magnificenza in me custodi,                                            Conserva in me il tuo mirabile dono, affinchè la

sì che l'anima mia, che fatt'hai sana,                                          mia anima, che hai risanato dal peccato, si separi dal

piacente a te dal corpo si disnodi».                                             corpo, così come tu desideri che sia, e cioè in grazia di Dio".

(Paradiso, Canto XXXI, versi 79-90) 

 

 

A L’ALTA FANTASIA

(tutti)

 “A l’alta fantasia qui mancò possa;

ma già volgeva il mio disio e ‘l velle,

si come rota ch’igualmente mossa,

l’amor che move il sole e l’altre stelle.