La prima opera lirica sul fiorentino.
"Buio. Mestizia. Atroce Dramma. Pianto. Le stelle."
Sinopsi - Libretto - scheda opera - costi
sinopsi
Atto Primo
Buio. Un non-luogo. Dante fa il suo ingresso in scena rivolgendosi all’uditorio e introducendo il viaggio infernale da lui compiuto: subito il ricordo si rivolge allo smarrimento nella selva [Nel mezzo del cammin di nostra vita], nella quale ripiomba, rivivendo in maniera reale il ricordo.
Di lì l’incontro con il poeta mantovano Virgilio da Andes, il ‘duce’, e il subitaneo imbattersi nella Porta Infernale [Per me si va ne la città dolente], recante il monito di non conservare speranze o certezze di salvezza, una volta oltrepassata.
Dopo averla varcata, il fiorentino incontra il nocchiero Caronte ed il turbine della bufera dei lussuriosi, ove scorge le singolari anime di Paolo e Francesca da Rimini, unite l’una all’altra, simbolo dell’eterno supplizio: da qui il toccante dialogo con la nobildonna [Siede la terra dove nata fui] e lo svenimento di Dante a cotanta pietà. Immediatamente successiva, la visione di Cerbero [Cerbero, fiera crudele e diversa], il cane a tre teste, e la visione dei dannati, i golosi, fra cui spicca Ciacco, nobile concittadino di Dante: Virgilio racconta a Dante del giudizio universale, del futuro e definitivo riunirsi di anima e corpo [Più non si desta].
Incontro con avari e prodighi, con il demone Pluto; la Coscienza del poeta riflette sulla lungimiranza divina [Colui lo cui saver tutto trascende]. Il viaggio infernale prosegue con l’attraversamento della palude Stigia per mezzo del legno guidato da Flegiàs: discesi sulla riva il tremendo monito di Virgilio relativo a Filippo Argenti [Quei fu al mondo persona orgogliosa].
Dante si imbatte poi in diavoli ed arpie nei pressi delle mura della città di Dite, che sembrano volersi accanire sui due: giunge allora un Messo celeste a dissipare le folle dei maligni [E già venia su le torbide onde], creando tutt’intorno un deserto inquietante. Oltrepassato il Minotauro, il fiorentino giunge alla Riviera del Sangue, ove vede le anime di Attila, Pirro e Sesto, simbolo dei più celebri assassini della storia [Oh cieca cupidigia e ira folle].
Giunti al girone dei violenti contro sé stessi, Dante osserva la fuga ossessa di due nobili, Ercolano Maconi da Siena e Jacopo di Sant’Andrea [Ed ecco due da la sinistra costa], per poi imbattersi nel girone dei bestemmiatori, perseguitati da fiamme eterne [D’anime nude vidi molte gregge]. Dante si addormenta.
Atto Secondo
Dante incontra i Sodomiti, ove scorge Brunetto Latini, il suo maestro; oltrepassata la valle per mezzo della groppa di Gerione, incontra i simoniaci nella Terza Bolgia del Cerchio Ottavo, tra cui papa Niccolò III e al quale rivolge, assieme alla Coscienza, una potente invettiva [O Simon mago o miseri seguaci], cui segue una riflessione sul rispetto di Dante verso l’auctoritas della Chiesa, in quanto voluta da Dio, rispetto che non vale nei riguardi della persona fisica, che la rappresenta [E se non fosse ch’ancor lo mi vieta]. Altro sgradevole incontro avviene con i divulgatori del falso e coloro, che hanno dogmatizzato i concetti divini, tra cui i riferimenti di Virgilio, che si scaglia contro Dante, ammonendolo, ad Anfiarao, Tiresia e Manto [Ancor se tu de li altri sciocchi?].
I due approdano poi alla Bolgia Quinta del Cerchio Ottavo, ove si imbattono nella squadra dei diavoli, comandati da Malacoda, che attorniano Dante con grande beffardia [Qui non ha loco il Santo volto] e che li scortano fino alla Bolgia Sesta, ove scontano la pena gli ipocriti, rivestiti da cappe, pesanti in relazione alla pena da espiare [La giù trovammo gente dipinta].
Poi l’incontro con Caifa [Quel confitto che tu miri] e l’apostrofe contro Firenze assieme alla Coscienza [Godi, o Fiorenza, poi che se’ sì grande] nell’Ottava Bolgia, quella dei consiglieri fraudolenti.
Virgilio indica a Dante Ulisse, che racconta come convinse i suoi ad affrontare l'ignoto ( Oh frati disse) proseguono poi per incontrare falsari ed alchimisti [Non credo ch’a veder maggior tristizia]. I due discendono attraverso i Giganti, incatenati in enormi pozzi [O tu che nella fortunata valle]. Nel Cerchio Nono, ovvero quello dei Traditori, Dante incontra il Conte Ugolino nella zona Antenora, chino sul fiero pasto [Tu vuo’ ch’i rinovelli], che racconta la sua tremenda fine nella nuda torre accanto ai figlioletti.
Segue poi un’invettiva feroce di Dante alla città di Pisa [Ahi Pisa vituperio delle genti]. Di lì a poco l’incontro con Lucifero nella Giudecca [Vexilla Regis prodeunt Inferni].
A seguire l’uscita, attraverso uno stretto, all’aperto, a rivedere le stelle [Intrammo a ritornar nel chiaro mondo].
libretto
PRIMO ATTO
Dante:
Ora vi racconterò una storia. Una terribile storia. La mia storia.
A qualcuno parrà inverosimile, ad altri assurda, incredibile ma io l’ho vissuta.
L’ho profondamente vissuta, con tutti i miei sensi, con tutto il mio corpo, con tutta la mia anima.
Ho avuto momenti terribili, spaventosi, a volte insopportabili.
Con essa sono precipitato nell’abisso più profondo, ho conosciuto i più oscuri istinti, ho percepito sofferenze inenarrabili, ho ascoltato drammi agghiaccianti.
Dormivo profondamente.
Quando, d’improvviso, un’ansia inspiegabile,
un terrore remoto ed impalpabile.
Tutto era oscuro.
Nerboruti rami mi sfioravano il volto.
Enormi radici ostacolavano il mio cammino.
La luce era svanita.
Una selva.
Una selva lugubre e sinistra.
Nel mezzo del cammin di nostra vita A metà della nostra vita terrena
mi ritrovai per una selva oscura mi ritrovai a vagare per una buia foresta,
ché la diritta via era smarrita. avendo perso la via del retto vivere.
Ahi quanto a dir qual era è cosa dura E’ assai difficile descrivere questa selva
esta selva selvaggia e aspra e forte inospitale, irta di ostacoli, che solo al
che nel pensier rinova la paura! Pensarci rinnova la paura.
Tant'è amara che poco è più morte; Il tormento che provoca è appena inferiore alla
ma per trattar del ben ch'i' vi trovai, angoscia della morte, ma per parlare del bene
dirò de l'altre cose ch'i' v'ho scorte. Incontratovi, dirò prima delle altre cose che in
essa ho veduto.
Io non so ben ridir com'i' v'intrai, Non so spiegare il modo in cui vi entrai,
tant'era pien di sonno a quel punto tanto la mia mente era ottenebrata dall’errore,
che la verace via abbandonai. Quando abbandonai il cammino della verità.
Dante:
Io non so ben ridir com’i v’intrai…
Il sentiero era svanito, ansimavo e brancolavo nel buio.
Ero disperato, tutto sembrava perduto, la speranza e la fede mi avevano abbandonato.
Dalle tenebre una tenue luce ma…d’improvviso tre belve mostruose e fameliche mi si avventarono contro.
Sentivo che anche la vita ora mi stava abbandonando quando, un volto amico comparve alla mia vista…Virgilio…si Virgilio, il sommo poeta mi parlò.
Mi parlò di un’impresa immane, sublime, spaventosa, per sottrarmi alle belve,
per allontanarmi dalla selva, per rivedere la luce.
Dovevo attraversare l’Inferno…e per farlo, dovevo attraversare la porta, la porta dell’Inferno.
La Porta Infernale:
"PER ME SI VA NE LA CITTÀ DOLENTE, attraverso me si entra nella città dolorosa,
PER ME SI VA NE L'ETTERNO DOLORE, nel dolore che mai avrà termine,
PER ME SI VA TRA LA PERDUTA GENTE. tra le anime dannate.
GIUSTIZIA MOSSE IL MIO ALTO FATTORE: Dio, mio eccelso fattore,fu mosso dalla giustizia,
FECEMI LA DIVINA PODESTATE, sono opera del Padre, del Figlio e
LA SOMMA SAPIENZA E 'L PRIMO AMORE. dello Spirito Santo
DINANZI A ME NON FUOR COSE CREATE Prima di me non fu creata nessuna cosa se
SE NON ETTERNE, E IO ETTERNO DURO. non eterna, e io durerò fino alla fine dei
LASCIATE OGNE SPERANZA, VOI CH'INTRATE". tempi, abbandonate ogni speranza, entrando
Virgilio:
Così l’attraversammo.
Varcammo la porta della città dolente, dell’eterno dolore, della perduta gente.
Dante era impaurito, si sentiva indegno di tale impresa.
Forse incapace.
Io sapevo cosa ci attendeva…
Un’altra volta feci quel viaggio…
Vedemmo subito i pusillanimi, vigliacchi e voltagabbana, rincorsi da vespe e mosconi.
Il loro sangue era divorato da vermi schifosi.
Dannati rifiutati dall’Inferno e dal Paradiso.
Li lasciammo disgustati, urlanti, dietro un vessillo irraggiungibile.
Dante:
Sì, quegli esseri mi irritavano, non provavo alcuna pena per loro.
Ma fui subito distratto dall’arrivo di un demone dalla barba incolta e dagli occhi fiammeggianti, imponente sul suo vascello.
Caronte, il traghettatore,
Colui che porta le anime dei dannati oltre il fiume, dove c’è il vero Inferno.
Non attraversammo con lui quella livida palude.
Non ce lo permise.
Vi fu…
Virgilio:
Un terremoto…
Dante:
…Un terremoto
Svenni. E mi ritrovai oltre il confine, nel regno di Lucifero.
E subito incontrai i lussuriosi, in un turbine potente ed inarrestabile.
L’uno dietro l’altro.
Tranne due.
Virgilio:
tranne due. Paolo e Francesca.
I due amanti trucidati senza alcuna pietà dal marito di lei.
Dante volle sapere la loro storia
E Francesca, avvicinatasi, gliela raccontò.
Francesca da Rimini:
Siede la terra dove nata fui
la città dove nacqui si stende sul litorale
su la marina dove 'l Po discende
verso il quale discende il Po per trovare,
per aver pace co' seguaci sui.
con
i suoi affluenti, quieta.
Amor, ch'al cor gentil ratto s'apprende,
Amore, che rapidamente fa presa su un cuore nobile,
prese costui de la bella persona
si impadronì di Paolo per la mia bellezza, bellezza di cui fui
che mi fu tolta; e 'l modo ancor
m'offende.,
privata( quando fui uccisa), e il modo crudele di quel delitto
ancora
mi addolora.
Amor, ch'a nullo amato amar perdona,
amore,
che non permette che chi è amato non ami a sua volta
mi prese del costui piacer sì forte,
mi
sospinse con tanta forza ad innamorarmi di Paolo, che
che, come vedi, ancor non m'abbandona. come puoi vedere ancora mi lega a lui
Amor condusse nui ad una morte.
Amore
che ci portò a morire insieme.
Virgilio:
Una fitta insopportabile sferzò l’animo di Dante, gli occhi tremanti gli si velarono di lacrime amare.
Quel volto gentile lo commosse profondamente, provò una gran pena per lei.
Dante:
Ci allontanammo con le orecchie tormentate dal sibilo dell’infelice bufera e con il pensiero rivolto al tragico destino di Francesca.
Una pioggia sudicia e maleodorante ci investì.
La terra era piena di fango misto a neve poltigliosa e putrida.
Immersi in quella fanghiglia puzzolente una schiera di anime sozze e rivoltanti
Virgilio:
…E sopra di esse un demone raccapricciante, immondo e spaventoso, con tre teste canine ed una barba unta e atra.
Dante:
Cerbero, fiera crudele e diversa,
Cerbero, fiera crudele e di forme mostruose, con tre
con tre gole caninamente latra
gole
latra come un cane sopra i dannati
sommersi
sovra la gente che quivi è sommersa.
nel
fango.
Li occhi ha vermigli, la barba unta e atra,
Il mostro ha gli occhi rossi di sangue, la barba unta e
e 'l ventre largo, e unghiate le mani;
nera,
il ventre largo e le mani armate di unghioni, con
graffia li spirti ed iscoia ed isquatra.
cui
graffia gli spiriti, li scuoia, li squarta.
Urlar li fa la pioggia come cani; La
pioggia li fa urlare tutti come cani. I miseri stolti
de l'un de' lati fanno a l'altro
schermo; cercano
di farsi schermo l’uno all’altro , e si voltano
volgonsi spesso i miseri profani.
spesso or sull’uno or sull’altro
fianco per lenire il dolore
Virgilio:
Dante era inorridito e intimorito da quella possente presenza.
Ma riuscii ugualmente a dialogare con una di quelle anime, un fiorentino come lui.
Ciacco il suo nome.
Raccontò di sventure e catastrofi , che si sarebbero abbattuti su Firenze.
Le sue profezie impressionarono molto Dante.
Dante:
Poi Ciacco ricadde nel fango.
E dal fango non si sarebbe più rialzato.
Fino al giudizio universale.
Fino al suono dell’angelica tromba.
Fino a quando avrebbe riavuto il suo corpo dalla trista tomba.
Virgilio:
«Più non si desta Non si rialzerà più fino al suono della tromba dell’angelo
di qua dal suon de l'angelica tromba, della resurrezione, quando verrà la podestà del Giudice
quando verrà la nimica podesta: supremo, nemico ai cattivi:
ciascun rivederà la trista tomba, Allora ogni reprobo ritroverà la sua triste tomba, riprenderà
ripiglierà sua carne e sua figura la stessa carne che vi depose e le proprie fattezze, e sentirà dal
Udirà quel ch’in etterno rimbomba. Giudice la propria sentenza, la quale eccheggerà per l’eternità.
Dante:
Pape Satàn, Pape Satàn aleppe…..
Queste terrificanti parole mi pietrificarono.
Le sbraitava con rabbia roca e scura Pluto, il maledetto lupo custode del quarto cerchio.
Sorvegliava gli avari e i prodighi.
Gli uni da una parte e gli altri dall’altra salivano un alto monte, spingendo enormi massi carichi d’oro.
Si incontravano, si insultavano e ridiscendevano, continuamente, senza mai fermarsi.
Tutto quell’oro, una fortuna, un’immensa fortuna. Inutile..
Cos’è la fortuna?
La Coscienza:
Colui lo cui saver
tutto trascende,
Dio, che col suo
sapere, supera ogni cosa e ogni intelletto
fece li cieli e diè lor chi conduce
creato, ha
fatto i vari cieli mobili e destinato a ciascuno
sì, ch'ogne parte ad ogne parte splende,
un angelo che lo
guidi, in modo che ciascuno dei nove cieli
risplenda
su ogni parte dell’Universo.
distribuendo igualmente la luce.
e distribuisca dappertutto luce con armoniosa uniformità.
Similemente a li splendor mondani
allo stesso modo agli splendori mondani delle ricchezze lo stesso
ordinò general ministra e duce
Dio
ha preposto la fortuna, come loro amministratrice e guida.
che permutasse a tempo li ben vani
con l’incarico di permutare a tempo debito il possesso dei beni vani
di gente in gente e d'uno in altro
sangue,
facendoli passare da nazione a nazione, da famiglia a famiglia,
oltre la difension d'i senni umani;
senza
che l’astuzia umana possa resistergli
per ch'una gente impera e l'altra langue,
Ecco perché un popolo comanda e l’altro decade, ed è
seguendo lo giudicio di costei,
secondo
il beneplacito della fortuna, i cui decreti sono oc-
che è occulto come in erba l'angue.
culti,
come la serpe, tra le erbe.
Virgilio:
Mentre Dante rifletteva sulla lungimiranza Divina, arrivammo alla palude Stigia.
Lì prendemmo una barca, guidata dal fulmineo ed impaziente Flegïàs.
All’interno di quel fetido acquitrino succedeva di tutto.
I dannati si percuotevano, si insultavano, imprecavano.
L’acqua stagnante ribolliva della loro rabbia.
Uno di essi tentò di rovesciare la nostra barca.
Dante:
E Virgilio lo ricacciò con una remata da dove era venuto:
un gesto violento, ma necessario, quell’Argenti se lo meritava.
Virgilio:
Quei fu al mondo
persona orgogliosa;
Quel dannato, vivendo nel mondo, fu una persona piena d’orgoglio
bontà non è che sua memoria fregi:
non ha lasciato cosa
degna di memoria che lo onori
così s'è l'ombra sua qui furïosa.
è per questo la
sua ombra quaggiù è tanto furiosa.
Quanti si tegnon or là sù gran regi
E quanti, che ora lassù nel mondo si tengono come grandi sovrani,
che qui staranno come porci in brago,
staranno
poi qui nella fanghiglia come porci,
di sé lasciando orribili dispregi!»
dopo
aver lasciato tra gli uomini memoria di misfatti spregevoli.
Dante:
Accucciato nell’agile legno infernale, grida di dolore mi tormentavano le orecchie.
Provenivano da Dite, la maestosa e superba città fortificata.
Virgilio:
Le rosse mura della città perenne, percosse dal fuoco eterno, erano roventi.
Sui suoi camminamenti nugoli di diavoli e arpie vegliavano guardinghi e minacciosi.
Dante:
Scaricati bruscamente sulla riva, di fronte alle magnifiche torri, rimasi ipnotizzato in un’estasi surreale.
Poi, caddi nel più tetro sconforto quando quell’accozzaglia di creature infernali, vedendoci, s’opposero fermamente al nostro passaggio
La via era chiusa.
La porta era serrata.
Non si poteva passare.
Come me, anche Virgilio temette il peggio.
Virgilio:
Sì…Parlai loro.
Tentai di persuaderli.
Dissi loro che Dio stesso aveva ordinato il nostro passaggio.
Ma… non c’era nulla da fare.
Dante:
E
già venìa su per le torbide onde E
già s’avvicinava sempre più, passando sopra le onde fangose
un fracasso d'un suon, pien di
spavento,
un fracasso spaventoso,
per cui tremavano amendue le sponde,
che faceva tremare tutte e due le sponde della palude,
non altrimenti fatto che d'un vento
Sembrava
il mugghio d’un vento fatto impetuoso per il suo
impetüoso per li avversi ardori,
scontrarsi
con masse di aria calda,
che fier la selva e sanz' alcun
rattento che
scuote una foresta e, senza alcun ostacolo
li rami schianta, abbatte e porta fori;
ne schianta e atterra e porta via i rami,
dinanzi polveroso va superbo,
avanzando
quindi polveroso per la campagna,
e fa fuggir le fiere e li pastori.
in
modo da mettere in fuga le bestie e i pastori.
Li occhi mi sciolse e disse: Infine Virgilio mi tolse le mani di sugli occhi e mi disse:
Virgilio:
«Or
drizza il nerbo
“Ora fissa l’acume dell’occhio
del viso su per quella schiuma antica
su
quell’acqua spumosa ,da tanto tempo stagnante
per indi ove quel fummo è più acerbo».
proprio
dove la nebbia nerastra è più densa”.
Dante:
Come le rane innanzi a la nimica
Come
all’apparire d’una biscia nemica le rane affioranti nell’acqua
biscia per l'acqua si dileguan tutte,
si dileguano tutte, finchè ciascuna si appiatta nella melma
fin ch'a la terra ciascuna s'abbica,
in fondo allo stagno,
vid' io più di mille anime distrutte
così vidi più di mille anime, sopraffatte dalla sgomento, fuggire
fuggir così dinanzi ad un ch'al passo
inabissandosi dinanzi a un personaggio che attraversava la
passava Stige con le piante asciutte.
palude a piedi asciutti.
Dal volto rimovea quell' aere grasso,
Il personaggio misterioso agitava spesso la mano sinistra davanti
menando la sinistra innanzi spesso;
al
volto per allontanare le putride esalazioni della Stige, e
e sol di quell' angoscia parea lasso.
sembrava
non vi fosse altra cosa ad infastidirlo.
Ben m'accorsi ch'elli era da ciel messo,
Io
mi accorsi subito che era un messo del cielo.
e volsimi al maestro; e quei fé segno
Perciò mi rivolsi a Virgilio; ed egli mi accennò di non parlare;
ch'i' stessi queto ed inchinassi ad
esso. ma
di fargli un inchino.
Ahi quanto mi parea pien di disdegno!
Quanto mi pareva pieno di sdegno!
Venne a la porta e con una verghetta
Venne
alla porta di Dite , e con una verghetta l’aperse e
l'aperse, che non v'ebbe alcun ritegno.
non
trovò nessuna resistenza.
Il Messo Celeste:
«O cacciati del ciel, gente dispetta»,
“O
voi, esseri spregevoli precipitati dal cielo,
[…]
«ond' esta oltracotanza in voi
s'alletta? come
mai nutrite tanta tracotanza?
Perché recalcitrate a quella voglia
Perché
recalcitrate all’irresistibile volere di Dio,
a cui non puote il fin mai esser mozzo,
che
non può mai fallire il suo fine e che più volte
e che più volte v'ha cresciuta doglia?
vi
ha accresciuto la pena?
Che giova ne le fata dar di cozzo?
Che
cosa vi giova cozzare contro gli immutabili decreti
Cerbero vostro, se ben vi ricorda,
Divini?
Se ben ricordate, il vostro Cerbero, per simile re-
ne porta ancor pelato il mento e 'l
gozzo». esistenza
porta tuttora scorticato il mento e il gozzo.”
Virgilio:
«Or drizza il nerbo
“Ora fissa l’acume dell’occhio
del viso su per quella schiuma antica
su
quell’acqua spumosa ,da tanto tempo stagnante
per indi ove quel fummo è più acerbo».
proprio
dove la nebbia nerastra è più densa”.
Virgilio:
I diavoli, le arpie, i servi di Lucifero spazzati via in un attimo.
I portali della città si apersero e dentro non si vedeva più nessuno.
Fuggiti tutti di fronte alla potenza dell’angelo, davanti alla sua poderosa verghetta.
Anche nel regno di Satana impera il potere di Dio
Oltre le mura, delle tombe fumanti, piene di eretici.
Perseguitati in eterno da fiamme inestinguibili.
Dante:
Già. Tra essi tanti fiorentini.
Alla malora la mia città, fucina di dannati.
Virgilio:
Dante era tormentato da quel pensiero.
La sua amata Firenze, una fucina di peccatori.
Dopo i sepolcri degli eretici oltrepassammo il Minotauro, bestia stupida ed irascibile.
E giungemmo alla Riviera del Sangue.
Dante:
Alla Riviera del Sangue..
Dove sono immersi Attila, Pirro, Sesto, i peggiori assassini.
Dante, La Coscienza e i dannati:
Oh cieca cupidigia e ira folle,
oh
cieca cupidigia,! Oh stolta violenza dell’ira, che in questa vita
che sì ci sproni ne la vita corta,
mortale
tanto breve ci spingi talmente e poi ci metti a mollo
e ne l'etterna poi sì mal c'immolle!
nella eternità in un così orrido bagno di sangue!
Virgilio:
Quel fiume di sangue, pieno di malvagi omicidi doveva essere attraversato per poter proseguire.
I Centauri.
Mezzi uomini e mezzi cavalli.
Creature possenti, che con archi e frecce custodivano il fiume.
Ed impedivano ai dannati di allontanarsene.
Dante:
Fu proprio uno di loro che ci condusse oltre quell’acqua impregnata di fetido sangue.
In una foresta disseminata di rami intricati e nodosi.
Virgilio:
Vi era un silenzio carico di tensione.
Un’aria tagliente ed inquietante.
Dante:
Ed ecco due da la sinistra costa,
Ed ecco spuntare da sinistra due dannati nudi e graffiati, che
nudi e graffiati, fuggendo sì forte,
fuggivano con tanta furia, dal rompere al loro passaggio
che de la selva rompieno ogne rosta.
ogni ostacolo della selva in cui s’imbattevano.
Quel dinanzi: «Or accorri, accorri, morte!».
Quello davanti gridava “Morte, oh vieni, vieni a li-
E l'altro, cui pareva tardar troppo,
berarmi”. E l’altro, che gli teneva dietro, semrbrandogli troppo
gridava: «Lano, sì non furo accorte
lento rispetto al primo rivada.”Lano, non avevi così leste
le gambe tue a le giostre dal Toppo!».
le gambe a fuggire nella battaglia di Pieve del Toppo, dove ri-
E poi che forse li fallia la lena,
manesti sul campo.” Ma poi, sentendosi forse venir meno la le-
di sé e d'un cespuglio fece un groppo.
na,
si gettò dietro un cespuglio, riparandosi e avviluppandosi.
Di rietro a loro era la selva piena
Dietro loro la selva era piena di cagne nere, bramose e correnti
di nere cagne, bramose e correnti
con
grande slancio, come se fossero veltri sciolti dalla catena.
come veltri ch'uscisser di catena.
In quel che s'appiattò miser li denti,
Le
cagne raggiunsero il disgraziato che s’era appiattato, lo
e quel dilaceraro a brano a brano;
addentarono
furiose e lo fecero letteralmente a brani, portandosi
poi sen portar quelle membra dolenti.
Via le membra palipatanti e doloranti.
«Or accorri, accorri, morte!». “Morte oh vieni, vieni a liberarmi!”.
Dante.
Quegli alberi, in quella orrenda selva, emettevano strani lamenti, era … era una foresta una foresta di anime.
Virgilio:
Si, anime che hanno odiato sé stesse fino ad annientarsi.
Anime che hanno distrutto il loro corpo, tempio di Dio.
E che lì, in quella foresta, non l’avrebbero mai riavuto.
Morsicate da arpie, spazzati da cagne rognose, umiliate ed offese insistentemente.
Lasciammo anche loro.
Dante
Una pioggia di fuoco imperversava sulla landa, che stavamo attraversando.
Era una tempesta.
Virgilio:
Una tempesta di fuoco.
Che percuoteva con violenza quella terra maledetta.
Dante:
D'anime nude vidi molte gregge
Vidi numerosi stuoli di anime nude , che piangevano tutte
che piangean tutte assai miseramente,
quante in modo compassionevole, e apparivano condannate
e parea posta lor diversa legge.
a
subire una legge diversa le une dalle altre.
Supin giacea in terra alcuna gente,
le anime che componevano alcuni stuoli giacevano a terra su-
alcuna si sedea tutta raccolta,
pine,
altre invece stavano sedute e tutte rannicchiate; altre
e altra andava continüamente.
Infine
camminavano continuamente.
Quella che giva 'ntorno era più molta,
Quelli
che camminavano erano più numerose, invece quelli
e quella men che giacëa al tormento,
che
giacevano supini erano molto meno numerosi, ma molti-
ma più al duolo avea la lingua sciolta.
placavano i loro lamenti più degli altri.
Sovra tutto 'l sabbion, d'un cader lento,
E sopra tutto il sabbione piovevano larghe falde di fuoco,
piovean di foco dilatate falde,
con
un cadere lento, come quello della neve in montagna,
come di neve in alpe sanza vento.
quando
non spira nessun vento.
Quali Alessandro in quelle parti calde
Le fiamme scendevano compatte a terra, simili a quelle che
d'Indïa vide sopra 'l süo stuolo
Alessandro
Magno nelle regioni calde dell’India vide cadere
fiamme cadere infino a terra salde,
intatte sopra il suo esercito.
per ch'ei provide a scalpitar lo suolo
sicchè
egli provvide a far scalpicciare dai suoi soldati il ter-
con le sue schiere, acciò che lo vapore
reno,
affinché il fuoco più facilmente si estinguesse mentre
mei si stingueva mentre ch'era solo:
ancora
era isolato.
tale scendeva l'etternale ardore;
tali scendevano le fiamme dell’ardore eterno, per cui la rena
onde la rena s'accendea, com' esca
si accendeva come la materia infiammabile, posta sotto la
sotto focile, a doppiar lo dolore.
pietra
focaia,percossa dall’acciarino, per raddoppiare il dolore.
Sanza
riposo mai era la tresca
Le
mani dei dannati erano un continuo armeggio per
de le misere mani, or quindi or quinci
scuotere
or di qua or di là le fiamme nuove che cadevano
escotendo da sé l'arsura fresca.
addosso.
D'anime nude vidi molte gregge.. Vidi numerosi stuoli d’anime nude.
FINE PRIMO ATTO
SECONDO ATTO
Virgilio:
Dante era sempre più triste.
Tanti amici, tanti conoscenti, tanti concittadini rivisti in quella triste valle.
Ma dovevamo proseguire ed affidarci alla groppa di Gerione, un demone dalla faccia gentile, ma dal corpo di serpe velenosa.
Dante:
Con lui scendemmo lo strapiombo, che ci divideva dal cerchio successivo.
Fu un’esperienza terribile, ma ancora più terribile fu il vedere…
Virgilio:
Usurai, ruffiani, seduttori, adulteri e simoniaci.
Maledetti simoniaci, schifosi,sgradevoli! Avidi, irriverenti!
Dante e la Coscienza:
O
Simon mago, o miseri seguaci
O Simon Mago , o miserabili seguaci, che
le cose di Dio,
che le cose di Dio, che di bontate
le quali devono essere concesse ai buoni
come spose legit-
deon essere spose, e voi rapaci
time, mentre voi rapacemente
per oro e per argento avolterate,
per oro e argento unite con gl’indegni in adulterio,
or convien che per voi suoni la tromba,
ora
per voi devo suonare la tromba della divina giustizia,
però che ne la terza bolgia state.
proclamando
la vostra pena, giacchè siete nella terza bolgia.
O somma sapïenza, quanta è l'arte
O somma sapienza di Dio! quanto è grande l’arte che vai dis-
che mostri in cielo, in terra e nel mal
mondo,
piegando in cielo, in terra e nel mondo dei malvagi! e
e quanto giusto tua virtù comparte!
quanto
giustamente la tua potenza distribuisce quello che gli conviene
La Coscienza:
E se non fosse ch'ancor lo mi vieta
E
se non fosse la riverenza per la suprema dignità che hai
la reverenza de le somme chiavi
avuto
nella lieta vita terrena,
che tu tenesti ne la vita lieta,
io userei parole ancor più gravi;
parlerei
ancor più duramente, perché l’avarizia di voi, gente
ché la vostra avarizia il mondo
attrista,
di chiesa, fa triste il mondo, calpestando i buoni per
calcando i buoni e sollevando i pravi.
esaltare
i malvagi.
Di voi pastor s'accorse il Vangelista,
san Giovanni evangelista ravvisò voi sacri pastori quando gli
quando colei che siede sopra l'acque
fu
mostrata in visione la donna, che siede sopra le acque,
puttaneggiar coi regi a lui fu vista;
a
trescare con i re;
quella che con le sette teste nacque,
quella
donna che nacque con le sette teste ed ebbe vigore dalle
e da le diece corna ebbe argomento,
dieci
corna, finchè suo marito, il papa, si mantenne
fin che virtute al suo marito piacque.
virtuoso.
Fatto v'avete dio d'oro e d'argento;
Voi
vi siete fatti un idolo d’oro e d’argento.
e che altro è da voi a l'idolatre,
E
che differenza c’è tra voi e gli idolatri, se non che essi
se non ch'elli uno, e voi ne orate
cento? Adoravano
un idolo solo mentre voi ne adorate cento?
Ahi, Costantin, di quanto mal fu matre,
Ahi
Costantino, di quanto male fu madre non già la tua
non la tua conversion, ma quella dote
conversione
al cristianesimo, ma la donazione che ebbe in
che da te prese il primo ricco patre!».
dote
da te il primo papa con cui l’hai arricchito!
Dante:
Ah Maledetti!
Rovina della chiesa!
Infamia della Fede!
Portaborse del demonio!
Vili servi del danaro.
Ah maledetti, maledetti…
Virgilio: (interrompendo Dante)
Incontrammo maghi, indovini…
Dante: (interrompendo a sua volta Virgilio)
…Si, maghi, indovini
Viaggiavano al contrario.
La testa all’indietro e i piedi avanti.
La testa all’indietro e i piedi avanti…
poveretti
Virgilio:
POVERETTI ?!?
«Ancor se' tu de li altri sciocchi? Vuoi essere anche tu come tanti sciocchi?
Qui vive la pietà quand' è ben morta;
ricordati che qui nell’Inferno vive la vera pietà verso Dio,
chi è più scellerato che colui
quando è proprio morta verso costoro! E chi è più empio di
che al giudicio divin passion comporta?
colui che sente compassione davanti al giusto giudizio di Dio?
Drizza la testa, drizza, e vedi a cui
Alza, alza piuttosto la testa e guarda qua! Ecco Anfiarao, al
s'aperse a li occhi d'i Teban la terra;
quale
si aperse la terra alla vista dei tebani, che tutti insieme
per ch'ei gridavan tutti: "Dove rui,
gridavano:”Dove
precipiti Anfiarao?
Anfïarao? perché lasci la guerra?".
E
perché abbandoni le armi?
E non restò di ruinare a valle
E
precipitò di abisso in abisso fino a Minasse che afferra tutti
fino a Minòs che ciascheduno afferra.
con
il suo potere.
Mira c'ha fatto petto de le spalle;
Guardalo!
Ha il volto sulle spalle, anziché sul petto.
perché volse veder troppo davante,
pretese
di vedere troppo avanti nel futuro; ed eccolo condannato
di retro guarda e fa retroso calle.
a
vedere solo indietro e a camminare a ritroso.
Vedi Tiresia, che mutò sembiante
Vedi Tiresia, che mutò l’aspetto,
quando di maschio femmina divenne,
quando
da uomo diventò donna,
cangiandosi le membra tutte quante;
cambiandosi in tutte le membra;
e prima, poi, ribatter li convenne
e
prima di riavere la forma virile
li duo serpenti avvolti, con la verga,
dovette percuotere nuovamente con la verga
che rïavesse le maschili penne.
I due serpenti attorcigliati.
Aronta è quel ch'al ventre li s'atterga,
Quello che segue da tergo Tiresia è l’astrologo
che ne' monti di Luni, dove ronca
Arante di Luni, che abitò sui monti dove coltivano la
lo Carrarese che di sotto alberga,
terra
i carraresi, che abitano al basso.
ebbe tra ' bianchi marmi la spelonca
egli dimorò in una spelonca tra i bianchi marmi del luogo,
per sua dimora; onde a guardar le
stelle di
dove non gli era affatto impedita la vista per
e 'l mar non li era la veduta tronca.
Scrutare
il mare e le stelle.
Virgilio:
Imbroglioni di ogni sorta, conoscitori del futuro: non esiste una simile scienza.
Tali furfanti carpiscono la fiducia della gente per poi derubarla, deridendola.
Virgilio:
Quando ci allontanammo, fummo circondati da una brigata di diavolacci rozzi e impertinenti, che ci deridevano e ci sbeffeggiavano.
(insieme) minacciavano di percuoterci
Io tentai di calmarli, parlai loro della missione divina.
Dante:
…Ma a loro non importava nulla.
Malacoda e diavoli:
«Qui non ha loco il Santo Volto! “qui non c’è l’ostensione del Santo Volto!”
qui si nuota altrimenti che nel Serchio!
Qui si nuota ben diversamente che nel Serchio! stà
Però, se tu non vuo' di nostri graffi,
attento
a non venire all’aria sopra la pece,
non far sopra la pegola soverchio».
se
non vuoi provare i nostri graffi”.
Dante:
Si divertivano ad uncinare i dannati nel lago di pece, in cui erano immersi barattieri corrotti e senza ritegno.
Godevano nell’intimorirci e spaventarci con i loro uncini.
Virgilio:
Quel furfante di Malacoda, il loro capo, volle affibbiarci una scorta per sorvegliarci e proteggerci.
Riuscimmo a fuggire da quella masnada di protettori bugiardi e strafottenti.
Dante:
.. E ci ritrovammo tra gli ipocriti.
Là
giù trovammo una gente dipinta
Laggiù trovammo gente dipinta nell’abito
e nel volto
che giva intorno assai con lenti passi,
che faceva il giro della bolgia a passi
molto lenti,
piangendo e nel sembiante stanca e
vinta.
piangendo e con aria stanca e
scoraggiata.
Elli avean cappe con cappucci bassi
Avevano cappe il cui cappuccio scendeva sugli occhi
dinanzi a li occhi, fatte de la taglia
fatto
sulla taglia che si fa sui monaci di Cluny.
che in Clugnì per li monaci fassi.
Di fuor dorate son, sì ch'elli abbaglia;
Di
fuori sono tutte dorate, tanto da abbagliare;
ma dentro tutte piombo, e gravi tanto,
ma dentro sono tutte di piombo e tanto pesanti che quelle fatte
che Federigo le mettea di paglia.
mettere da Federico II ai traditori sembravano di paglia al confronto
Oh in etterno faticoso manto!
Oh
manto eternamente faticoso!
Noi ci volgemmo ancor pur a man manca
Anche noi, accompagnandoci con loro, voltammo di nuovo
con loro insieme, intenti al tristo
pianto; a
sinistra, tutti attenti alla loro pene.
ma per lo peso quella gente stanca
ma per il peso tanto erano carichi, quegli stanchi dannati.
venìa sì pian, che noi eravam nuovi
procedevano
così lenti che ad ogni nostro passo avevamo
di compagnia ad ogne mover d'anca.
al
fianco nuovi compagni.
Oh in etterno faticoso manto! Oh manto eternamente faticoso!
Virgilio: (urlando)
Caifa è conficcato nel terreno e calpestato da tutti.
Caifa è crocifisso nel terreno e calpestato da tutti.
Frà Londerigo: [poi Anime Dannate]
«Quel confitto che tu miri,
Il crocifisso che stai guardano è Caifa, il quale consigliò
consigliò i Farisei che convenia
i farisei dicendo che conveniva uccidere un uomo per
porre un uom per lo popolo a' martìri.
la salute del popolo
Attraversato è, nudo, ne la via,
E’ posto così di traverso nella via e nudo come lo vedi
come tu vedi, ed è mestier ch'el senta
e
deve sentire prima quanto pesa chiunque
qualunque passa, come pesa, pria.
passi di qui.
E a tal modo il socero si stenta
E soffrono in ugual modo in questa stessa fossa Anna, suo
in questa fossa, e li altri dal
concilio
suocero e gli altri membri del sinedrio i quali, condannando
che fu per li Giudei mala sementa».
Cristo,
furono il mal seme che attirò su loro la maledizione divina.
Virgilio:
Maledetti ipocriti!
Infidi e perfidi!
Il loro vero volto non lo scorgerete mai!
Dante:
Quanti fiorentini ho visto in questi luoghi.
Sembra che il loro destino sia di popolare l’Inferno.
Quanti fiorentini….
La Coscienza: (poi Dante)
Godi, Fiorenza, poi che se' sì grande
Godi, Firenze, perché sei tante grande, che vai sulle ali
che per mare e per terra batti l'ali,
della
fama per mare e per terra, e intanto persino
e per lo 'nferno tuo nome si spande!
nell’inferno
si diffonde il tuo nome.
Tra li ladron trovai cinque cotali
Laggiù tra i ladroni incontrai cinque tuoi cittadini e
tuoi cittadini onde mi ven vergogna,
di tale ceto che ne arrossisco pieno di vergogna,
e tu in grande orranza non ne sali.
né
tu puoi salirne in grande onore
Ma se presso al mattin del ver si sogna,
però
se è vero che i sogni avuti sul fare del mattino sono
tu sentirai, di qua da picciol tempo,
presagi
poco ingannevoli, tu proverai presto l’acerbità di quei
di quel che Prato, non ch'altri,
t'agogna. mali
che Prato, come le altre città, bramano vederti addosso.
E se già fosse, non saria per tempo.
e
se la cosa fosse già avverata, non sarebbe troppo presto.
Così foss' ei, da che pur esser dee!
Oh,
fosse già avvenuto, dato che è inevitabile! Perché quanto
ché più mi graverà, com' più m'attempo.
più
invecchio, tanto più mi graverà.
Dante: (assorto nei suoi pensieri)
Oh Firenze, mia meravigliosa patria,quanto in basso sei rovinata. Non la ricchezza, non la gloria, non la potenza, saranno il viatico del tuo riscatto.
Virgilio:
Dante era sempre più rabbuiato.
La sua anima soffriva al pensiero di tante sventure. All’idea di una Firenze opulenta ma senza onore.
Ulisse Uhm….
Dante:
Ulisse?!?
Virgilio:
Ulisse, l’ingannatore, il vecchio Adamo.,la superbia,la sfida, il potere della conoscenza, il dominio del verbo…della mente,…il dominio della verità
Dante:
l’amore per la verità!
Virgilio:
NO…l’amore per sé, solo per sé a qualunque costo…seminando la morte per gli altri, adulando, irretendo…
Dante:
Una fiammella? Divisa in due…incatenato ad un altro…impossibilitato a muoversi da solo, come ha sempre fatto…volevo udire come
Virgilio( interrompendo Dante)
come era arrivato a tutto questo…
Dante:
Glielo chiesi.. e lui…nella sua indomabile fierezza…
Ulisse:
“O frati” dissi,” che per cento milia Allora dissi ai miei compagni “ fratelli, giunti attraverso mille
perigli siete giunti a l’occidente, pericoli all’estremo occidente delle terre abitate.
a questa tanto picciola vigilia in questa breve vigilia
dè nostri sensi ch’è del rimanente dei sensi che ancora vi rimane, non vogliate negarvi la
non vogliate negar l’esperienza, soddisfazione d’esplorare il mondo disabitato, seguendo
di retro al sol, del mondo senza gente. il cammino del sole da oriente a occidente.
Considerate la vostra semenza: considerate la vostra origine:
fatti non foste a viver come bruti, siete stati creati per segnalarvi nel valore e arricchirvi in
ma per seguir virtute e conoscenza”. cognizioni e non soltanto per vegetare come bestie.
Virgilio
Ce ne andammo.
Un’altra visione orrenda ci si parò davanti , i falsari e gli alchimisti.
Dante:
Un immenso lazzaretto.
Con un tanfo nauseabondo.
Sembrava di essere in un’enorme latrina.
Non credo ch'a veder maggior tristizia
non credo sarebbe stato uno spettacolo più triste vedere
fosse in Egina il popol tutto infermo,
in
Egina tutto il popolo infermo, quando l’aria fu
quando fu l'aere sì pien di malizia,
così
ammorbata
che li animali, infino al picciol vermo,
che
gli animali, dall’uomo fino all’ultimo vermiciattolo,
cascaron tutti, e poi le genti antiche,
cascarono
tutti morti, ma poi le antiche genti, a quanto
secondo che i poeti hanno per fermo,
ritengono
i poeti
si ristorar di seme di formiche;
si rinnovarono con la razza delle formiche, non credo che quello
ch'era a veder per quella oscura valle
spettacolo fosse triste più di quanto fosse triste vedere per quella
languir li spirti per diverse biche
valle
oscura languire gli spiriti distribuiti in diversi mucchi.
Qual sovra 'l ventre e qual sovra le spalle
Chi
giaceva sul ventre e chi sulle spalle dell’altro;
l'un de l'altro giacea, e qual carpone
chi
si trascinava carponi per il triste sentiero.
si trasmutava per lo tristo calle.
[…]
Io vidi due sedere a sé poggiati,
Vidi due dannati seduti, appoggiati l’uno alla schiena
com' a scaldar si poggia tegghia a
tegghia,
come due teglie, che si mettono a scaldare, una appog-
dal capo al piè di schianze macolati;
giata
all’altra. Da capo a piedi erano tutti cosparsi di
e non vidi già mai menare stregghia
croste;
e non ho mai visto mozzo di stalla atteso dal si-
a ragazzo aspettato dal segnorso,
gnore suo, né chi veglia a malincuore menare la striglia
né a colui che mal volontier vegghia,
con tanta furia.
come ciascun menava spesso il morso
come ognuno di costoro menava in fretta il morso delle
de l'unghie sopra sé per la gran
rabbia unghie
sopra se stesso, per il rabbioso prurito che non ha
del pizzicor, che non ha più soccorso;
mai
più rimedio.
e sì traevan giù l'unghie la scabbia,
Le unghie tiravano giù le croste scabbiose, come un col-
come coltel di scardova le scaglie
tello
toglie le scaglie del pesce scordava, o d’altro pesce,
o d'altro pesce che più larghe l'abbia.
che
le abbia anche maggiori.
Virgilio:
Quelle anime si contorcevano.
E si grattavano forsennatamente.
Schiena contro schiena, membra contro membra.
Fino a scorticarsi.
Fino a lacerare le carni.
Dante:
Andammo oltre.
Un potente suono di corno squarciò l’aria.
Mi volsi e mi parve di vedere immense torri.
Avvicinatomi mi accorsi che erano i giganti.
Incatenati in enormi pozzi..
La nostra via per la discesa.
Virgilio:
Quelle immense creature possenti nella carne,
ma deboli nello spirito non faticai a convincerli
affinché ci permettessero di salir sopra di loro per scendere nel pozzo.
«O tu che ne la fortunata valle
Oh tu che nella fortunata valle, che fece Scipione erede
che fece Scipïon di gloria reda,
di
tanta gloria quando Annibale coi suoi voltò le spalle
quand' Anibàl co' suoi diede le spalle,
e
fuggì sconfitto,
recasti già mille leon per preda,
tu, che predasti ben mille leoni e che, se fossi intervenuto
e che, se fossi stato a l'alta guerra
fratelli giganti alla grande battaglia di Flegra,con i tuoi
de' tuoi fratelli, ancor par che si
creda
contro il cielo, è ancora opinione di qualcuno che avrebbero
ch'avrebber vinto i figli de la terra:
vinto i giganti, i figli della terra: non ti venga a sdegno ciò
mettine giù, e non ten vegna schifo,
che ti chiediamo e mettici giù dove il freddo agghiaccia
dove Cocito la freddura serra.
Cocito.
Non ci fare ire a Tizio né a Tifo:
Non dire di no! Non mandarci ne da Tizio ne da Tifeo.
questi può dar di quel che qui si
brama;
Questo mio compagno ti può dare quello che quaggiù vi
però ti china e non torcer lo grifo.
resta da bramare, perciò chinati verso di noi e non torcere
Ancor ti può nel mondo render fama, altrove
la tua faccia. Costui ti può dare la fama nel mondo
ch'el vive, e lunga vita ancor aspetta
perché vive ancora , e lo attende ancora
una lunga vita, sè
se 'nnanzi tempo grazia a sé nol
chiama». la grazia di Dio non lo chiamerà a sé
prima del tempo.
Dante:
Lo vedemmo laggiù.
Con i denti conficcati nel cranio del vescovo.
Il Conte.
Lui, che dilaniò i propri figli.
Lui, che fu rinchiuso senza cibo e senz’acqua.
Colui che fece in vita una fine atroce.
E che nella morte si consuma nella vendetta.
Ugolino era là.
Con la bocca piena dei capelli dell’uomo che l’ha distrutto.
Con la rabbia e l’odio dipinto sul volto.
Segnato dal dolore e dalla sofferenza.
Con la voglia di urlare il suo disprezzo ed il suo dolore!
Conte Ugolino:
«Tu vuo' ch'io rinnovelli
Tu vuoi che io rinnovi il dolore disperato che mi
disperato dolor che 'l cor mi preme
opprime già il cuore solo a pensarci, prima di
già pur pensando, pria ch'io ne
favelli. parlare.
Ma se le mie parole esser dien seme
Ma se le mie parole devono essere tale seme che produca
che frutti infamia al traditor ch'i'
rodo,
infamia a costui,che sto rodendo, sia pure. Mi vedrai
parlar e lagrimar vedrai insieme.
così
piangere e parlare allo stesso tempo.
Io non so chi tu se' né per che modo
Io non so chi tu si, ne in che modo sei venuto fin quaggiù,
venuto se' qua giù; ma fiorentino
ma ad ascoltarti mi sembri veramente fiorentino.
mi sembri veramente quand' io t'odo.
Tu dei saper ch'i' fui conte Ugolino,
Devi dunque sapere che io fui il conte Ugolino, e che
e questi è l'arcivescovo Ruggieri:
costui è l’arcivescovo Ruggeri: Ora ti dirò perchè
or ti dirò perché i son tal vicino.
sono
un vicino così implacabile.
Che per l'effetto de' suo' mai pensieri,
Non occorre che ti racconti come per effetto dei suoi maligni
fidandomi di lui, io fossi preso
intrighi io venni imprigionato e poi ucciso, mentre io mi
e poscia morto, dir non è mestieri;
fidavo
di lui.
però quel che non puoi avere inteso,
Voglio invece che tu ascolti quello che non puoi certamente
cioè come la morte mia fu cruda,
sapere,
cioè come sia stata crudele la mia morte, e saprai così
udirai, e saprai s'e' m'ha offeso.
se egli mi ha offeso.
Breve pertugio dentro da la Muda,
Un piccolo finestrino dentro la torre di Muda, in quella
che
la qual per me ha 'l titol de la fame,
per la mia morte è detta “torre della fame” dove è giusto che
e che conviene ancor ch'altrui si
chiuda,
vi siano rinchiusi ancora altri,
m'avea mostrato per lo suo forame
attraverso la sua angusta apertura mi aveva già fatto vedere
più lune già, quand' io feci 'l mal
sonno
parecchie lune nuove, quando feci il sogno funesto, che mi
che del futuro mi squarciò 'l velame.
squarciò il velo del futuro.
Questi pareva a me maestro e donno,
Nel sogno mi pareva di vedere costui guida e signore della
cacciando il lupo e ' lupicini al monte
schiera che dava la caccia al lupo e ai suoi lupicini vorso il
per che i Pisan veder Lucca non ponno.
monte di San Giuliano per cui i Pisani non possono vedere Lucca
Con cagne magre, studïose e conte
Costui
aveva mandato in prima fila i Gualandi, i Sismondi e i
Gualandi con Sismondi e con Lanfranchi
Lanfranchi, scortati da cagne magre e affamate, avide di prede
s'avea messi dinanzi da la fronte.
e addestrate alla caccia.
In picciol corso mi parieno stanchi
Dopo breve corsa il lupo padre i lupicini suoi figli mi sembra-
lo padre e ' figli, e con l'agute scane
vano
stanchi e mi sembrava che le cagne dilaniassero i loro
mi parea lor veder fender li fianchi.
fianchi con le acute zanne.
Quando fui desto innanzi la dimane,
Quando, prima del giorno, mi destai, sentii i miei figliuoli
pianger senti' fra 'l sonno i miei
figliuoli che
erano con me, piangere e chiedere del pane mentre
ch'eran con meco, e dimandar del pane.
dormivano.
Ben se' crudel, se tu già non ti duoli
Tu
sei ben crudele se fin d’ora non ti addolori pensando a
pensando ciò che 'l mio cor
s'annunziava;
a quello che il sogno preannunciava al mio cuore di padre.
e se non piangi, di che pianger suoli?
se
non piangi per questo, di che cosa sei solito piangere?
Già eran desti, e l'ora s'appressava
Già
i figlioli s’erano svegliati e si avvicinava l’ora in cui
che 'l cibo ne solëa essere addotto,
di solito era portato il cibo, e ciascuno di noi per i sogni che
e per suo sogno ciascun dubitava;
che
aveva fatto era in apprensione dubbiosa.
e io senti' chiavar l'uscio di sotto
e io sentii inchiodare la porta inferiore dell’orribile torre.;
a l'orribile torre; ond' io guardai
perciò guardai in viso i miei figlioli senza dir parola.
nel viso a' mie' figliuoi sanza far
motto.
Io non piangëa, sì dentro impetrai:
Non piangevo, tanto il dolore mi aveva fatto di sasso.
piangevan elli; e Anselmuccio mio
Essi
invece piangevano, e il mio Anselmuccio disse:
disse: "Tu guardi sì, padre! che hai?".
“
Babbo, che hai che ci guardi così?”
Perciò non lagrimai né rispuos' io
Per
questo non piansi, né risposi per tutto quel giorno,
tutto quel giorno né la notte appresso,
e nemmeno la notte seguente, finchè non spuntò di nuovo
infin che l'altro sol nel mondo uscìo.
Il sole all’orizzonte.
Come un poco di raggio si fu messo
Ma
quando si fece un po’ di luce nel carcere doloroso, e io
nel doloroso carcere, e io scorsi
attraverso
i quattro sguardi dei miei figlioli vidi il mio
per quattro visi il mio aspetto stesso,
stesso sguardo,
ambo le man per lo dolor mi morsi;
per il dolore mi morsi ambo le mani, ed essi, pensando
ed ei, pensando ch'io 'l fessi per
voglia che
facessi così per la voglia di mangiare, si alzarono
di manicar, di sùbito levarsi
improvvisamente e dissero:
e disser: "Padre, assai ci fia men doglia
“ Padre, ci farà assai meno dolore se ti ciberai di noi;
se tu mangi di noi: tu ne vestisti
tu ci hai rivestiti di queste misere carni ; toglile pure
queste misere carni, e tu le spoglia".
per
te, spogliandoci di esse!”.
Queta'mi allor per non farli più tristi;
Allora mi quetai, per non intristirli di più, e stemmo
lo dì e l'altro stemmo tutti muti;
tutti muti quel giorno e quello dopo. Oh terra spietata
ahi dura terra, perché non t'apristi?
perché
non t’apristi a inghiottirci?
Poscia che fummo al quarto dì venuti,
E quando fummo al quarto giorno, Gaddo mi si gettò ai
Gaddo mi si gittò disteso a' piedi,
piedi
dicendomi”Padre mio perchè non m’aiuti?
dicendo: "Padre mio, ché non m'aiuti?".
(parlando)
Quivi morì; e come tu mi vedi,
E li se ne morì. E come tu ora vedi me, cos’ io vidi
vid' io cascar li tre ad uno ad uno
gli
altri tre cascare ad uno ad uno, tra il quinto e il
tra 'l quinto dì e 'l sesto; ond' io mi
diedi, sesto
giorno ; onde io cominciai,
già cieco, a brancolar sovra ciascuno,
già cieco, a brancolare sopra ciascuno
di loro; e ancora
e due dì li chiamai, poi che fur morti.
per altri due giorni li andai chiamando
e richiamando.
Poscia, più che 'l dolor, poté 'l
digiuno». Poi più potente del dolore fu il
digiuno.”
Dante:
Ahi Pisa, vituperio de le genti
Ah
Pisa, vergogna delle genti d’Italia, il bel paese dove
del bel paese là dove 'l sì suona,
suona
il sì . Poiché i tuoi vicini sono lenti a punirti, si
poi che i vicini a te punir son lenti,
muovasi la Capraia e la Gorgona,
muovano le isole Capraia e Gorgonia e facciano argine
e faccian siepe ad Arno in su la foce,
alla
foce dell’Arno, in modo che le sue acque rifluiscano
sì ch'elli annieghi in te ogne persona!
e
anneghino ogni suo abitante.
Che se 'l conte Ugolino aveva voce
Anche
se fosse vero che il conte Ugolino ti avesse tradita
d'aver tradita te de le castella,
consegnando
alcuni castelli ai tuoi nemici, tu non dovevi
non dovei tu i figliuoi porre a tal
croce. sottoporre
allo stesso supplizio i tuoi figliuoli.
Innocenti facea l'età novella,
Infame
Tebe moderna! la giovane età rendeva innocenti
novella Tebe, Uguiccione e 'l Brigata
Uguccione,
il Brigata e gli altri due già nominati,
e li altri due che 'l canto suso
appella. Gaddo
e Anselmuccio.
Ahi Pisa, vituperio de le genti…
Virgilio:
Incatenato.
Mostruoso nel suo destino.
Dante:
Lucifero, la sconfitta delle tenebre.
Lucifero, rovina dell’uomo.
Virgilio [poi i ]dannati
Vexilla regis prodeunt inferni
Dante:
Troppo grande è stata la pena.
Troppo buio.
Troppo fetore.
Troppa mestizia.
Era ormai il tempo della luce.
il tempo delle stelle.
…le stelle!
Dante, Virgilio, la Coscienza, il Messo Celeste, Anime Dannate:
Intrammo a ritornar nel chiaro mondo;
Virgilio ed io entrammo per quel cammino nascosto per ri-
e sanza cura aver d'alcun riposo,
tornare
nel mondo luminoso senza curarci di riposare.
salimmo sù, el primo e io secondo,
Prendemmo
a salire, egli primo ed io secondo, finchè attra-
tanto ch'i' vidi de le cose belle
verso
un foro rotondo vidi qualcosa delle meraviglie di cui
che porta 'l ciel, per un pertugio
tondo. Il
cielo offre la vista.
E quindi uscimmo a riveder le stelle E da quel foro uscimmo entrambi a rivedere le stelle.
FINE
S C H E D A T E C N I C A
DURATA: 1h 30 ” circa (in 2 atti)
SCENE E COSTUMI: Angelo Caldera
(SCENOGRAFIA ESTREMAMENTE ADATTABILE ANCHE PER PICCOLI SPAZI)
ORGANICO: 5 cantanti lirici solisti
35 coristi
2 attori
10 ballerini
14 strumentisti
1 direttore d’orchestra
1 direttore di coro
RUOLI:
Dante - basso/attore
Virgilio - tenore/attore
Porta Infernale e Francesca da Rimini - soprano
Malacoda, Londerigo, Conte Ugolino,Ulisse - baritono
Coscienza di Dante - soprano
Messo celeste - tenore
Dannati e demoni - ensamble corale
Paolo e Lucifero - attori
Demoni e Dannati - corpo di ballo
ORCHESTRA SINFONICA: DIRETTORE, QUINTETTO D'ARCHI, QUINTETTO DI FIATI, ARPA, TROMBA,TROMBONE, TIMPANI
PERSONALE TECNICO: COSTUMISTA, TECNICO LUCI, ATTREZZISTA, ADDETTO IMMAGINI DI SCENA, TRUCCATORE
SPAZIO SCENICO: Teatro, chiesa , chiostro o piazza ove siano presenti le condizioni per la sistemazione dell’orchestra e un palcoscenico o in alternativa uno spazio ove collocare la scenografia e i vari interpreti.
IMPIANTO LUCI: 4 MOTORIZZATI DA 1500/2000 watt, 4 FARI DA 1000 watt, 6 PAR DA 500 watt, 1 MACCHINA DEL FUMO
IMPIANTO MICROFONICO :Sarà necessario solo se l’opera verrà eseguita in ampi spazi aperti
I costi dell'opera sono in funzione della distanza e della sua possibile replica in ogni caso sono notevolmente contenuti
per un preventivo mandare una richiesta al seguente indirizzo: infernodantesco@gmail.com